Il
cardinale
presidente
della
Cei
sull’impegno
dei
laici
nella
vita
pubblica
"Non
su
tutto
si
può
mediare"
Card.
Angelo
Bagnasco
(12
novembre
2011)

Il
cardinale
presidente
della
Cei
sull’impegno
dei
laici
nella
vita
pubblica
Non
su
tutto
si
può
mediare
«La
categoria
della
mediazione
è
uno
strumento
indispensabile
dentro
la
pluralità
delle
opinioni,
non
a
caso
la
politica
è
stata
definita
l’arte
della
mediazione.
Ma
non
su
tutto
ci
può
essere
mediazione,
ci
sono
delle
frontiere
oltre
le
quali
questa
categoria
non
può
essere
utilizzata.
In
particolare
sui
valori.
Quando
questi
valori
sono
costituitivi
mediare
significa
andare
contro
l’umanità
dell’uomo».
È
quanto
ha
detto,
nella
mattina
di
sabato
12,
il
cardinale
presidente
della
Conferenza
episcopale
italiana
(Cei)
in
un
passaggio
a
braccio
della
prolusione
su
«Magistero
ecclesiastico
e
ordine
politico:
libertà
e
responsabilità
dei
fedeli
laici
nella
vita
pubblica»
svolta
a
Roma,
in
occasione
dell’atto
accademico
presso
l’Istituto
superiore
di
scienze
religiose
all’Apollinare.
Pubblichiamo
ampi
stralci
dell’intervento
tratto
dal
sito:
http://www-maranatha-it
di
Angelo
Bagnasco
La
società
complessa
che
viviamo
e
l’incrocio
di
culture,
visioni
etiche
e
antropologiche
differenti
e
a
volte
opposte,
sfida
l’impegno
dei
cristiani
nella
presenza
nel
mondo;
impegno
che,
nei
secoli,
si
è
concretizzato
in
modo
significativo
anche
nella
partecipazione
leale
e
attiva
alla
politica
ricordando
da
una
parte
che
essi
«partecipano
alla
vita
pubblica
come
cittadini»
(Lettera
a
Diogneto,
5,
5)
e
dall’altra
che
è
loro
preciso
dovere
animare
cristianamente
l’ordine
temporale,
rispettandone
la
natura
e
la
legittima
autonomia
che
è
sempre
in
relazione
a
Dio
creatore
(cfr.
concilio
Vaticano
II,
Gaudium
et
spes,
36).
Ora,
perché
quanto
affermato
circa
il
dovere
di
ogni
cristiano
di
partecipare
attivamente
alla
vita
pubblica
considerando
le
forme
possibili
e
idonee
per
ciascuno,
non
suoni
come
assertivo
e
non
argomentato,
dobbiamo
ricordare
come
l’uomo
è.
Diciamo
subito
che
l’uomo
è
«unitotalità
»,
vale
a
dire
che
è
una
pluralità
unitaria:
in
lui
vi
è
una
molteplicità
di
dimensioni
—
dall’intelligenza
alla
volontà,
dai
sentimenti
alle
sensazioni,
dal
corpo
all’anima
—
che
sono
la
sua
ricchezza
costitutiva.
Ma
questi
elementi
non
sono
sparsi,
fanno
unità
ontologica,
cioè
sono
indivisibili.
È
dunque
una
ricchezza
unitaria,
cioè
una
unità
plurima
non
parcellizzabile.
Tentare
di
separare
i
«piani»
condurrebbe
a
una
sorta
di
schizofrenia
nell’autopercezione
che
ucciderebbe
l’individuo.
Se
questa
è
la
condizione
umana,
allora
si
comprende
che
il
credente
non
può
mettere
mai
tra
parentesi
la
sua
fede,
perché
sarebbe
mettere
tra
parentesi
se
stesso,
vivere
separato
da
sé.
Chiedere
o
pretendere
che
i
cristiani,
che
hanno
responsabilità
pubbliche,
sospendano
la
loro
coscienza
cristiana
quando
esercitano
i
loro
doveri,
è
non
solo
impossibile
ma
anche
ingiusto.
Ma
è
necessario
completare
questo
discorso
perché
non
si
concluda
erroneamente
che
il
cristiano
impegnato
in
politica
fa
del
confessionalismo
e
non
rispetta
il
pluralismo
culturale
e
la
giusta
laicità
dello
Stato
e
delle
istituzioni.
Quando
diciamo
che
non
il
credente
non
può
mettersi
tra
parentesi
in
nessun
ambito
di
vita,
neppure
quello
pubblico
e
politico,
significa
che
nessun
fedele
può
compromettere
o
attenuare
la
salvaguardia
delle
esigenze
etiche
fondamentali
(Congregazione
per
la
Dottrina
della
Fede,
Nota
dottrinale
circa
alcune
questioni
riguardanti
l’impegno
e
il
comportamento
dei
cattolici
in
politica,
n.
5).
Si
parla
di
«esigenze
etiche
fondamentali»,
cioè
di
quei
valori
che
non
sono
di
per
sé
confessionali,
poiché
«tali
esigenze
etiche
sono
radicate
nell’essere
umano
e
appartengono
alla
legge
morale
naturale.
Esse
non
esigono
in
chi
le
difende
la
professione
di
fede
cristiana,
anche
se
la
dottrina
della
Chiesa
le
conferma
e
le
tutela
sempre
e
dovunque»
(Ibidem).
Si
comprende
che
siamo
giunti
al
fondamento
della
politica,
fondamento
che,
appunto
perché
tale,
è
la
norma
dell’azione
politica
stessa:
si
tratta
della
persona
che,
secondo
l’affermazione
di
Antonio
Rosmini,
è
«diritto
sussistente»
perché
l’uomo
è
trascendenza,
cioè
ha
in
sé,
scritto
nel
suo
essere,
un
«dover-essere»
che
precede
ogni
legislazione
e
ogni
potere
umano;
è
un
«doveressere
»
che,
procedendo
da
ciò
che
è,
è
sigillato
da
Dio
Creatore.
Ecco
perché
nessun
diritto
fondamentale
deriva
dallo
Stato
o
dall’attività
politica
—
come
«pazzamente
fu
asserito»
(Antonio
Rosmini)
—
ma
appartiene
all’uomo
in
quanto
tale
e
non
è
una
concessione
di
nessuna
autorità
umana.
La
rivendicazione
della
legge
naturale
costituisce
lo
strumento
primario
per
la
difesa
della
libertà
e
per
la
difesa
della
dignità
dell’uomo.
Il
tentativo
insistente
di
negare
l’esistenza
della
natura
umana
nella
sua
oggettività
e
universalità,
è
mirato
a
distruggere
il
fondamento
della
legge
naturale
e
quindi
del
diritto
naturale
che
è
norma
del
diritto
positivo.
Il
relativismo,
il
quale
afferma
che
non
esiste
una
norma
morale
radicata
nella
natura
stessa
dell’essere
umano,
è
smentito
dall’esperienza
universale
secondo
cui,
a
tutte
le
latitudini
e
epoche,
gli
uomini
—
all’interno
delle
rispettive
culture
—
si
percepiscono
uguali
nei
dati
di
fondo.
D’altronde,
le
Carte
internazionali
come
potrebbero
dichiarare
i
diritti
universali
senza
il
riferimento
universale
della
natura
umana?
Tutti
affermano
di
rifiutare
uno
Stato
etico
che
pretende
di
produrre
i
valori
anziché
riconoscerli,
ma
negare
l’esistenza
della
natura
umana
dove
può
portare
se
non
là
dove,
a
parole,
non
si
vorrebbe
andare?
Affidare
tutto
alle
procedure
delle
maggioranze
assicura
veramente
il
bene
oppure
garantisce
solo
la
dialettica
democratica?
E
negare
la
sorgente
oggettiva
di
valori
fondamentali
e
universali
non
porta
inevitabilmente
a
una
politica
che
si
sostituisce
sul
piano
etico?
Il
magistero
della
Chiesa
afferma
che
«ai
laici
spettano
propriamente,
anche
se
non
esclusivamente,
gli
impegni
e
le
attività
temporali»
(Gaudium
et
spes,
43)
e
riconosce
la
«libertà
dei
cittadini
cattolici
di
scegliere,
tra
le
opinioni
politiche
compatibili
con
la
fede
e
la
legge
morale
naturale,
quella
che,
secondo
il
proprio
criterio
meglio
si
adegua
alle
esigenze
del
bene
comune»
(Nota
dottrinale
circa
alcune
questioni
riguardanti
l’impegno
e
il
comportamento
dei
cattolici
in
politica,
n.
3).
Questa
giusta
e
necessaria
libertà
non
ha
niente
a
che
vedere
con
il
relativismo
nella
scelta
dei
principi
morali
e
dei
valori
sostanziali
a
cui
si
fa
riferimento
nelle
diverse
opzioni
politiche
e
sociali.
La
coscienza
del
cattolico,
infatti,
deve
essere
sempre
una
coscienza
formata
sulla
base
della
dottrina
cattolica,
facendo
attenzione
rispettosa
al
magistero
autentico,
nutrita
di
una
solida
vita
spirituale
nella
comunità
cristiana
(cfr.
Gaudium
et
spes,
n.
43).
©
L'Osservatore
Romano
13
novembre
2011 |