«Il dovere di
fare unità» è
il tema svolto
dal Vescovo
mons. Enrico
Manfredini
alla prima
assemblea del
nuovo
Consiglio
Pastorale
Diocesano che
rimarrà in
carica per il
prossimo
triennio.
L’assemblea ha
avuto luogo
nel pomeriggio
di sabato 14
febbraio. Nel
suo intervento
il Vescovo ha
inteso
proporre
«motivazioni
di fondo e
indicazioni
pratiche» sul
programma
pastorale in
diocesi di cui
il CPD è
indubbiamente
il maggiore
interessato e
il più
qualificato
responsabile.
Questo inserto
del
settimanale
cattolico
diocesano
riporta il
testo,
completo e
fedele,
dell’intervento
di mons.
Manfredini
all’assemblea
e viene
redatto
affinché sia
conosciuto e
meditato da
tutta la
comunità
diocesana, e –
in essa –
particolarmente
da coloro che
partecipano in
modo attivo
alla vita
pastorale ed
ecclesiale
della diocesi
piacentina.
Premessa
Il momento
storico che
stiamo
attraversando
ci fa
comprendere
quanto fosse
motivata la
preghiera del
Cristo per
l’unità dei
suoi (Gv 17).
Oggi la Chiesa
è stretta
d’assedio da
tutte le
parti, con
attacchi
spietati e
spesso
selvaggi. Sì
ha la
sensazione di
essere
bersagliati da
una coalizione
dì forze
eterogenee,
concentrate
contro il nome
cristiano per
cancellarlo,
se fosse
possibile,
dalla società
contemporanea.
E per
raggiungere lo
scopo, ogni
mezzo è buono!
In questa
condizione,
che provoca
persino il
mimetismo e il
tradimento di
tanti, che
fino ad oggi
si dicevano
cattolici, è
evidente la
necessità di
unirsi, di far
tacere rotture
e polemiche
interne, per
ridonare alla
comunità
cristiana il
vigore
necessario ad
affrontare la
congiuntura.
Non si pensa
certamente,
ragionando
così, di
bandire
antistoriche
crociate. Si
intende solo
affermare che
per la vita e
la missione
evangelizzatrice
della Chiesa,
per il suo
efficace
impegno a
favore della
promozione
integrale
dell’uomo e
specialmente
in difesa
della libertà
e della
democrazia,
che oggi, in
Italia,
versano in
grave
pericolo, è
necessario
ritrovare la
più forte
unità del
Popolo di Dio.
Per questa
ragione, il
discorso di
inaugurazione
del terzo
Consiglio
Pastorale
Diocesano
insisterà sul
dovere di fare
unità.
1. Le
motivazioni di
fede del
dovere di fare
unità
1) Il
progetto di
Dio sulla
storia è un
progetto di
unità
a)
Con la vicenda
dei Patriarchi
inizia la
rivelazione
del disegno di
Dio
sull’umanità.
Abramo è
chiamato da
Dio a divenire
il capostipite
di una
discendenza
che sarà
benedetta da
Lui. Il
vincolo che
lega Jahvè con
Abramo è
sostanzialmente
un rapporto di
amicizia: «La
Scrittura
dice: Abramo
credette in
Dio e Dio ne
tenne conto e
per questo lo
riconobbe come
uomo giusto.
Anzi, egli fu
chiamato amico
di Dio»
(Gc 2,23).
L’Io divino,
per grazia
chiama il
tu-umano, gli
fa le
promesse. E «Per
fede Abramo,
chiamato da
Dio, obbedì
partendo per
un luogo che
doveva
ricevere in
eredità, e
partì senza
sapere dove
andava»
(Eb 11,8).
Il rapporto di
Jahvé con
Abramo è
presentato
dalla
Scrittura come
modello della
relazione di
Dio con
l’uomo.
È comunione
che nasce
dalla grazia
della chiamata
di Dio e
incontra la
risposta
pronta e
fiduciosa
dell’obbedienza
dell’uomo.
b)
I racconti di
creazione (Gen
2-4) spiegano
l’origine
della rottura,
che stacca
l’uomo da Dio
e genera il
conflitto
dell’uomo
contro l’uomo.
Il demonio
seduce Adamo
ed Eva: essi
peccano e la
divisione
entra nella
storia.
Per il peccato
la realtà
mondana,
creata buona,
perde la sua
originale
armonia. È per
questo che
essa «anela,
in ansiosa
attesa... geme
e soffre i
dolori del
parto...
sorretta
tuttavia dalla
speranza che
essa pure, la
creazione,
verrà
affrancata
dalla
schiavitù
della
corruzione»
(Rm 8, 19-22).
c)
Il «patto»
stretto tra
Jahvè e
Israele sul
Sinai è lo
sviluppo del
disegno di
unità
perseguito da
Dio.
L’Esodo,
infatti, è
presentato
dalla Bibbia
come il
compimento
delle promesse
fatte dal Dio
fedele al
fedele Abramo
e ai suoi
discendenti:
«Ora Iddio udì
i loro gemiti
(in Egitto) e
si ricordò del
suo patto con
Abramo» (Es
2,24).
La legge data
a Mosè non è
un mezzo per
guadagnarsi
l’amicizia con
Jahvè, ma il
modo pratico
di vivere
l’appartenenza
a Lui.
Secondo lo
schema di
alleanza, la
legge non è la
sorgente della
benedizione,
ma la
condizione
necessaria,
data la quale
la benedizione
promessa
produce i suoi
effetti.
Gli eventi
dell’Esodo e
del Sinai
manifestano la
fedeltà di
Jahvè alle sue
promesse.
Israele è il
popolo che Dio
ha scelto per
sé, dando
compimento
alla parola
garantita ad
Abramo, quando
gli ha giurato
di fare della
sua
discendenza
una grande
nazione.
La missione di
Israele è
quella di
ricreare
l’unità
originale.
Perciò
l’elezione e
il patto lo
investono del
compito della
riconciliazione
universale.
Purtroppo,
sempre a
motivo del
peccato,
Israele si
dimostra
incapace di
osservare la
legge. Viene
meno alle
condizioni
pattuite,
grazie alle
quali poteva
esprimersi
storicamente
come il
«Popolo di
Dio». Invece
di avere le
benedizioni,
incorre nelle
maledizioni.
d)
La caduta di
Gerusalemme è
interpretata
dai profeti
come il segno
della
maledizione
che segue
l’infedeltà di
Israele. Il
«patto» è
fallito. La
missione dei
Profeti, a
cominciare da
Osea, consiste
nel dichiarare
la decisione
del Dio fedele
a mantenere le
promesse
giurate ad
Abramo,
nonostante
l’infedeltà di
Israele
peccatore.
I profeti non
parleranno più
di «patto».
Useranno altre
immagini.
Ricorderanno
agli Israeliti
che non sono
soltanto i
servi di Dio,
ma anche la
sua famiglia.
Osea comincerà
a presentare
Jahvè come lo
sposo tradito,
che cerca
appassionatamente
di ricuperare
Israele, la
sposa
adultera.
La rivelazione
circa la
relazione tra
Dio e il suo
popolo conosce
un
significativo
sviluppo:
procede nel
senso della
progressiva
interiorizzazione
dell’alleanza.
Dal Dio, che
si mette di
fronte al suo
popolo, si
parla del Dio,
che sta in
mezzo al suo
popolo: è
l’Emmanuele,
il Dio con noi
(Isaia).
Dalla legge
scritta sulle
tavole di
pietra, si
passa alla
legge nuova
inscritta nei
cuori
(Geremia). Dal
popolo dal
cuore di
sasso, al
popolo dal
cuore di
carne,
inabitato
dallo Spirito
di Dio
(Ezechiele).
L’uomo non è
in grado di
osservare la
legge? Dio,
pur di unirlo
in comunione
con sé, rivela
di voler
crearlo di
nuovo, di
inscrivergli
la legge
nell’intimo
del cuore e di
riempirlo del
suo Spirito
d’amore.
e) Quando
giunge il
tempo
stabilito, Dio
introduce
nella storia
l’Uomo nuovo:
è suo Figlio,
il Verbo
Incarnato,
concepito di
Spirito Santo.
Il suo
Unigenito
assume «una
carne simile a
quella del
peccato, per
vincere il
peccato» (Rm
8,3), che è la
radice d’ogni
divisione.
Il Padre porta
a compimento
nel mistero
della Pasqua
(morte-resurrezione
del Cristo) il
suo disegno
d’amore.
Mantiene la
promessa fatta
ad Abramo. «Gesù
doveva morire
per la nazione
(giudaica);
e non soltanto
per la
nazione, ma
affinché
raccogliesse
in unità i
figli di Dio
che erano
dispersi»
(Gv 11,
51-52).
Nell’immolazione
pasquale di
Gesù il Padre
ha offerto a
tutti i popoli
la benedizione
promessa ad
Abramo.
Ora,
nonostante
l’infedeltà
del popolo
eletto, tutti
quelli che
credono
all’annuncio
del Figlio di
Dio morto e
risorto per la
salvezza del
genere umano
e, pentiti dei
loro peccati,
chiedono di
essere
battezzati,
vengono
rigenerati per
la potenza
dello Spirito
creatore e
diventano
figli adottivi
di Dio nel suo
Figlio
Unigenito.
Ogni cristiano
può ben dire:
«non sono
più io che
vivo, ma
Cristo vive in
me» (Gal
2, 20). Cristo
è la nuova
legge
inscritta nei
cuore dei
fedeli. Egli
per loro è «via,
verità e vita»
(Gv 14, 6).
Innestati in
Lui, i
cristiani
producono
frutti di vita
eterna come i
tralci di
un’unica vite
rigogliosa (Gv
15). Mangiando
Lui, pane di
vita, non
gusteranno la
morte in
eterno (Gv 6).
Partecipando
all’unico
pane, pur
essendo molti,
essi divengono
un solo
Cristo, «una
mistica
persona», la
cui coesione
intima è
operata dallo
Spirito
inviato dal
Signore
risorto (1Cor
10,17; 12).
f)
L’unità del
Cristo e della
sua Chiesa non
è fine a se
stessa. S.
Paolo ha
ripetutamente
spiegato che
il senso
ultimo del
mistero di
Cristo e della
Chiesa è
l’unificazione
di tutto
l’universo in
Dio.
Il Padre «ci
ha manifestato
il mistero
della sua
volontà, quel
piano
stabilito e
predisposto in
Lui per
l’economia
della pienezza
dei tempi, di
ricondurre a
un unico Capo,
Cristo, tutte
le cose» (Ef
1, 9-10).
Per questo la
Chiesa, che è
il suo Corpo,
la sua Sposa,
il suo Popolo
nuovo, è
chiamata ad
essere
coerentemente
«in Cristo
come un
sacramento,
cioè un segno
e uno
strumento
dell’intima
unione con Dio
e dell’unità
di tutto il
genere umano»
(L.G. 1).
La preghiera
di Gesù per
l’unità (Gv
17) è dunque
la preghiera
per il
compimento del
disegno del
Padre nella
storia. È la
preghiera per
il Regno, cioè
per la
signoria di
Dio nel cuore
di tutti gli
uomini,
liberati dal
peccato e
dalla morte e
riuniti per
sempre nella
comunione
d’amore del
Mistero
trinitario.
2)
Pluralismo e
divisione
a)
Dio è
perfettissimo.
Ogni esistente
è
necessariamente
un’espressione
creata, e
perciò finita,
della sua
infinita
perfezione.
Pertanto il
pluralismo è
connaturale
allo stato
creaturale ed
ha origine da
Dio.
b)
Chiamando alla
vita una
persona, Dio
le assegna
simultaneamente
un ruolo
storico
specifico,
originale e
irrepetibile.
La vocazione
alla fede e
alla rinascita
battesimale
definisce,
sull’immagine
e sulla
missione del
Figlio di Dio,
la fisionomia
propria e la
missione
individuale
del cristiano
dentro la
Chiesa per la
salvezza del
mondo intero.
c)
«Lo Spirito
distribuisce i
suoi doni a
ciascuno come
vuole» (1
Cor 12,11). La
varietà dei
carismi è in
corrispondenza
con il
ministero (o
servizio) che
ciascuno è
chiamato ad
esercitare
nella
Comunità.
«A quel
modo che il
corpo è uno,
sebbene abbia
molte membra e
che tutte le
membra del
corpo, pur
essendo molte,
formano un
solo corpo,
così pure è il
Cristo» (1
Cor. 12, 12).
«Sono forse
tutti
Apostoli?
Forse tutti
profeti? Tutti
sono forse
dottori? Fanno
tutti dei
miracoli?
Forse che
tutti hanno il
dono di
guarire?
Parlano tutti
in lingue?
Tutti forse le
interpretano?»
(1 Cor 12,
29-30).
d)
«Ora, a
ciascuno la
manifestazione
dello Spirito
è data in
vista
dell’utilità
comune» (1
Cor 13, 7).
La pluralità
delle
caratteristiche
naturali e dei
doni
soprannaturali
ha un unico
scopo e
significato
ultimo:
l’unità.
«E,
infatti, in un
solo Spirito
noi tutti,
Giudei o
Greci, schiavi
o liberi fummo
battezzati per
formare un
solo corpo»
(1 Cor 12,
13).
e)
Nel corso
della storia
la
molteplicità
degli
individui s’è
intrecciata e
complicata,
unificata e
differenziata
in una varietà
mirabile di
popoli, di
culture, di
costumi, di
tradizioni e
di situazioni,
secondo un
grandioso
disegno
divino, che
stentiamo
persino ad
immaginare.
Fino a che
punto questa
intricata
pluralità è
una ricchezza
per l’Umanità?
Quale è il
criterio per
distinguere la
diversità che
porta
autentici
valori ed
edifica
l’unità
meravigliosa
del
molteplice, da
quella che
introduce
nella
convivenza
umana falsi
valori e
fermenti di
disgregazione?
La rivelazione
presenta un
duplice
criterio di
verifica. Uno
riguarda
l’origine. È
buona ogni
pluralità che
viene da Dio.
«Vi sono
bensì vari
carismi, ma un
medesimo
Spirito; e vi
sono vari
ministeri, ma
un medesimo
Signore; e
varie
operazioni, ma
è il medesimo
Dio che opera
ogni cosa in
tutti» (1
Cor. 12,4-6).
L’origine di
ogni pluralità
buona è
trinitaria.
Bisogna,
dunque,
verificare
donde derivi
la peculiarità
propria di un
progetto, o
d’una
iniziativa, o
d’una
concezione.
Viene da Dio
se è conforme
alla sua
volontà, se è
in sintonia
con la sua
Parola, se si
esprime in
continuità con
i valori
essenziali
della
tradizione
cristiana,
autenticamente
interpretata
dal Magistero
della Chiesa.
L’altro
criterio
riguarda il
fine. È buona
ogni pluralità
che tende
all’unità,
cioè ad
armonizzarsi
organicamente
in vista del
bene comune.
f)
Solo ciò che
nasce dal
peccato, o ne
porta il segno
disgregatore,
esprime la
molteplicità
che divide.
Chi ha per
padre il
diavolo,
direbbe Gesù,
non può
accettare il
disegno di
Dio, che vuole
1’unità del
genere umano.
«Voi avete
per padre il
diavolo, e
sono i
desideri del
padre vostro
che volete
fare. Egli era
omicida fin
dal principio
e non
perseverò
nella verità,
perché non
c’era verità
in lui. Quando
egli
proferisce
menzogna parla
del suo,
perché è
bugiardo e
padre della
menzogna»
(Gv 8, 44).
Il peccato è
essenzialmente
rifiuto
dell’unità con
Dio e con i
fratelli. Il
principe della
menzogna
presenta
spesso le
espressioni
orgogliose
dell’individualismo
e le esigenze
violente e
oppressive
della superbia
personale o di
gruppo come
legittime
rivendicazioni
del
pluralismo!
g)
Tutti siamo
continuamente
insidiati dal
demonio,
perché
portiamo la
ferita del
peccato fin
dalle origini.
Sarà
necessario,
quindi,
verificare
l’autenticità
delle nostre
posizioni
individuali e
di gruppo e
purificarle
dalle
incrostazioni
spurie,
sedimentate in
tutti dal
principe della
menzogna. Non
si può,
quindi,
attuare un
pluralismo
autentico se
non in
costante
impegno di
conversione e
di
rinnovamento.
«Vi dico
dunque:
camminate
secondo lo
Spirito e non
rischierete di
appagare le
voglie della
carne (che
sono le
inclinazioni
egoiste
dell’uomo
peccatore,
chiuso a Dio e
al prossimo).
La carne,
infatti, ha
voglie opposte
allo Spirito e
lo Spirito
desideri
opposti alla
carne... Ora è
ben noto ciò
che produce la
carne, e
cioè...
inimicizie,
risse,
gelosia,
impeti di ira,
rivalità,
discordie,
fazioni,
invidie.., e
altre cose
simili... I
frutti dello
Spirito, al
contrario,
sono: carità,
gioia, pace,
longanimità,
benignità,
bontà,
fedeltà,
mitezza,
temperanza»
(Gal 5,
16-23).
3) La
comunione è la
forma
specifica
dell’unità
della Chiesa e
la condizione
essenziale per
il compimento
della sua
missione
a)
Nella
preghiera
sacerdotale
(Gv 17) Cristo
dice la
sorgente e il
modello
dell’unità dei
cristiani. «Tutti
siano una cosa
sola come tu,
Padre, sei in
me ed io in
te, affinché
anch’essi
siano una cosa
sola in noi»
(Gv 17, 21).
La sorgente
dell’unità è
il Mistero di
amore della
SS. Trinità:
il suo modello
è l’ineffabile
comunione
delle Persone
divine.
“L’unione dei
fratelli deve
costituire
un’unità che
imiti quella
esistente tra
il Padre e il
Figlio. Nel
quarto Vangelo
l’unità tra il
Padre e il
Figlio si
esprime nella
triplice
relazione di
conoscenza,
amore e
comunione...
La
proposizione
finale («affinché
anch’essi
siano una cosa
sola in noi»)
aggiunge che
coloro che
sono in tal
modo uniti tra
di loro, sono
anche in
strettissima
unione con il
Figlio e con
il Padre (cfr.
14, 23). È
questa unione
verticale che
fonda la
prima. L’unità
dei fedeli non
è solo
imitazione
dell’unità
trinitaria:
discende da
essa. L’unità
non è opera di
uomini:
discende
dall’alto»
(Maggioni - Il
Vangelo di
Giovanni, p.
1629).
b)
La comunione è
anzitutto
un’esigenza
essenziale del
«soggetto»
ecclesiale.
Esso non ha
vita, né
capacità
d’azione se
non è «uno».
Ma è pure
condizione
fondamentale
requisita per
il compimento
della sua
missione.
Gesù ha
pregato: «che
siano perfetti
nell’unità e
il mondo
riconosca che
tu mi hai
mandato e li
hai amati come
hai amato me»
(Gv 17, 23).
Ciò significa
che il frutto
della
comunione
perfetta è la
manifestazione
al mondo della
filiazione
divina del
Cristo, Messia
e Salvatore, e
della
grandezza
dell’amore
misericordioso
del Padre.
L’unità della
Chiesa,
vissuta come
vuole Cristo,
con la forza
del suo Amore,
è il primo e
fondamentale
gesto
missionario.
c)
San Paolo
spiega nella
lettera agli
Efesini come
Cristo ha
distrutto il
peccato,
origine di
ogni divisione
e ha costruito
l’unità di
comunione (Ef
2,13-22). A
prezzo della
sua
immolazione
pasquale!
Anche la
Chiesa non può
divenire
perfetta
nell’unità, se
non accettando
di comunicare
realmente al
sacrificio
cruento di
Cristo. Dice
bene S.
Agostino,
quando spiega
che cosa debba
essere per dei
veri cristiani
la
celebrazione
dell’Eucaristia,
sacramento del
mistero
pasquale del
Signore Gesù.
“Ecco il
sacrificio dei
cristiani:
tutti insieme
fare un sol
Corpo in
Cristo!» (De
civitate Dei,
lib. X, c. 6).
«L’Eucaristia,
mentre è
memoria del
passato e
annuncio del
futuro, fino a
quando Egli
verrà, è anche
il momento più
importante
dell’incontro
di Dio con gli
uomini, degli
uomini con
Dio, degli
uomini tra
loro»
(Rinnovamento
della
catechesi, n.
72).
A volerla
celebrare con
la vita e non
solo con vuoti
segni rituali,
la S. Messa
comporta ogni
volta un
crocifiggente
processo di
purificazione
dal peccato e
di generosa
apertura
all’amore di
Dio e dei
fratelli.
Questo cammino
di liberazione
è la nostra
quotidiana
«via Crucis».
Porta ogni
giorno alla
morte
dell’uomo
vecchio, con i
suoi egoismi,
perché risorga
l’uomo nuovo,
quello che
continuamente
si rinnova «per
giungere alla
piena
conoscenza,
secondo
l’immagine di
Colui che l’ha
creato. Dove
non c’è più
distinzione di
reco o di
giudeo; di
circoncisi o
di
incirconcisi,
di barbaro,
scita, schiavo
o libero, ma
tutto e in
tutti è Cristo»
(Col 3,
10-11).
d)
Con
appassionato
vigore S.
Paolo
raccomandava
l’unità, come
primo obbligo
morale
derivante
dall’incorporazione
in Cristo.
«1 Vi
esorto dunque
io, il
prigioniero
nel Signore,
Che vi
comportiate in
maniera degna
della
vocazione con
cui siete
stati
chiamati, 2
con ogni
umiltà,
mansuetudine e
pazienza,
sopportandovi
a vicenda con
amore, 3
cercando di
conservare
l'unità dello
spirito per
mezzo del
vincolo della
pace. 4 Un
solo corpo, un
solo spirito,
come una sola
è la speranza
alla quale
siete stati
chiamati,
quella della
vostra
vocazione; 5
un solo
Signore, una
sola fede, un
solo
battesimo. 6
Un solo Dio
Padre di
tutti, che è
al di sopra di
tutti, agisce
per mezzo di
tutti ed è
presente in
tutti»
(Ef 4,1-6.
e)
Anch’io (e la
mia non è
presunzione!)
vi scongiuro
di fare unità!
«Che vi
comportiate in
maniera degna
della
vocazione con
cui siete
stati chiamati!».
Il Concilio
insegna: «I
Vescovi hanno
ricevuto il
ministero
della
comunità, con
l’aiuto dei
sacerdoti e
dei diaconi,
presiedendo in
luogo di Dio
al gregge di
cui sono
pastori, quali
maestri di
dottrina,
sacerdoti del
sacro culto,
ministri del
governo. Come
quindi permane
l’incarico del
Signore
concesso
singolarmente
a Pietro, il
primo degli
Apostoli, e da
trasmettersi
ai suoi
successori,
così permane
1’incarico
degli apostoli
di pascere la
Chiesa, da
esercitarsi
ininterrottamente
dal sacro
ordine dei
Vescovi.
Perciò il
sacro Concilio
insegna che i
Vescovi per
divina
istituzione
sono succeduti
al posto degli
apostoli quali
pastori della
Chiesa: chi li
ascolta,
ascolta
Cristo, chi li
disprezza
disprezza
Cristo e Colui
che ha mandato
Cristo.
«Nei vescovi,
quindi,
assistiti dai
Presbiteri, è
presente in
mezzo ai
credenti il
Signore Gesù
Cristo,
Pontefice
Sommo» (L.G.
20, 21).
È per questo
che «i fedeli
devono aderire
al vescovo
come la Chiesa
a Gesù Cristo
e come Gesù
Cristo al
Padre,
affinché tutte
le cose siano
d’accordo
nell’unità e
crescano per
la gloria di
Dio» (L.G.
27).
Ecco, dunque,
le motivazioni
di fede per
cui insisto
nell’esigere,
in nome di
Dio, l’unità
di comunione
nella nostra
Chiesa.
f)
Nessuno può
prendere alla
leggera questa
pressante e
grave
esortazione!
Dobbiamo
credere che la
preghiera
sacerdotale di
Gesù ha
significato
essenziale,
perennemente
urgente per la
vita e la
missione della
Chiesa, in
tutti i tempi
e in tutti i
luoghi!
Dobbiamo
credere che il
fine ultimo
del disegno
salvifico del
Padre è
l’unificazione
del genere
umano nella
partecipazione
alla comunione
trinitaria!
Dobbiamo
credere che
l’unità
perfetta è la
condizione
fondamentale
per fare della
Chiesa il
«soggetto»
della missione
di salvezza
universale in
Cristo!
Perciò torno a
ripetere: con
l’autorità del
mio ministero,
in nome di
Dio, che ha
ordinato a
Mosè di
scrivere: «Non
ucciderai »
(Es 20, 13); e
del suo
Cristo, che ha
proclamato sul
monte: «Io,
però, vi dico:
chiunque si
adira contro
il suo
fratello sarà
passibile di
giudizio; chi,
al suo
fratello dice
“raca” sarà
passibile del
sinedrio; chi
gli dice
“stolto” sarà
passibile
della Geenna
del fuoco» (Mt
5, 22): in
nome, dunque,
di Dio e del
suo Cristo,
proibisco
severamente ai
sacerdoti, ai
religiosi e ai
fedeli e
disapprovo con
ogni energia
tutte le
espressioni di
divisione, di
individualismo
e di chiusura.
È tempo,
ormai, che
tacciano le
scandalose
polemiche
pubbliche, le
ignobili
maldicenze, le
critiche
corrosive, le
insinuazioni
calunniose!
È tempo di
mortificare e
soffocare
l’amor
proprio,
l’invidia, la
gelosia, la
curiosità
maliziosa,
l’ambizione
del prestigio,
la ricerca
degli agi
materiali, la
sete del
dominio e
l’ingordigia
del denaro!
È tempo di
uscire
decisamente da
ogni specie di
privatismo
pastorale, da
ogni forma di
individualismo
personale e di
gruppo, dal
proselitismo
settario,
dalla
concorrenza
sleale tra
associazioni e
movimenti
cattolici!
Oggi più che
mai la
salvezza del
mondo esige il
vigore fresco
e geniale di
«un» soggetto
ecclesiale,
pienamente
animato dalla
virtù
creatrice
dello Spirito
d’Amore.
Bisogna
ricostruire la
nostra
identità, il
«Noi» della
Chiesa
piacentina! E
ciascuno di
Noi
(individuo,
gruppi,
associazioni,
movimenti,
parrocchie,
zone) deve
sentirsi
deciso a fare
per il primo
il sacrificio
totale delle
proprie
chiusure,
senza
aspettare
l’iniziativa
altrui.
2.
Disposizioni
per
l’itinerario
ascetico verso
l’unità di
comunione
Se l’unità è
così
essenzialmente
importante, e
se
l’esperienza
del peccato ci
dimostra ogni
giorno quanto
sia difficile
costruirla, in
che modo
dobbiamo
impegnarci a
far crescere
la comunione
tra noi?
1) È
necessario,
anzitutto,
camminare
insieme in una
esperienza
vigorosa di
conversione
permanente
a)
Ogni
cristiano,
nell’intimo
della sua
coscienza e in
comunione
fraterna con i
membri della
Chiesa locale
dentro cui
vive, deve
studiarsi
costantemente
di
interiorizzare
la Parola di
Dio e di
tradurla
fedelmente con
la massima
coerenza nella
vita pratica.
Bisogna
evangelizzarsi
reciprocamente.
Occorre
impegnarsi
insieme a
superare la
continua
tentazione di
conformarsi al
mondo. È
necessario
aiutarsi senza
posa gli uni
gli altri a
trasformarsi e
a rinnovarsi «nella
mente per
saper
discernere
quale è la
volontà di
Dio: quello
che è buono,
che piace a
Lui ed è
perfetto»
(Rm 12, 2).
b)
A questo
scopo, ogni
Consiglio
Pastorale, a
cominciare da
quello
Diocesano e
dalla sua
Giunta, deve
diventare in
permanenza un
luogo di
conversione.
c)
In pratica,
dispongo che i
Consigli
pastorali
parrocchiali
consacrino una
riunione,
almeno una
volta al mese,
esclusivamente
alla
meditazione
della Parola
di Dio e alla
revisione di
vita, in un
adeguato
contesto di
raccoglimento
e di
preghiera.
Sarà cura
della Giunta
del C. P. D.
predisporre i
necessari
sussidi perché
tali riunioni
mensili, sotto
forma di
celebrazioni
comunitarie
della Parola
di Dio, o
della
Penitenza,
possano
favorire una
graduale e
omogenea
crescita dei
membri del
C.P.P. verso
la maturità
della fede e
il senso della
vera unità di
comunione.
Esorto
vivamente
tutti i membri
dei C.P.P., e
in primo luogo
i sacerdoti e
i religiosi, a
riconoscere
con fervore e
assidua
diligenza
l’importanza
essenziale di
questa
reciproca
evangelizzazione
e a metterla
in atto con
risoluta
fedeltà.
Questa è
l’opera più
seria e più
necessaria per
la vita e la
missione dei
Consigli
pastorali.
Non si
facciano
questioni
inutili per
stabilire se
questi momenti
di preghiera e
conversione
comunitaria
competano ai
Consigli
pastorali o ad
altri
organismi di
formazione o
di apostolato!
Non possiamo
mai ritenerci
convertiti a
sufficienza! E
se i Consigli
pastorali sono
chiamati a
promuovere «la
conformità
della vita e
dell’azione
del Popolo di
Dio con
l’Evangelo»
(E.S. 16, 1) i
loro membri,
per i primi,
devono sentire
un assoluto
bisogno di
trovarsi
«insieme» per
cercare questa
conformità
mediante
l’assiduo
ascolto della
Parola di Dio
e
nell’esperienza
profonda di un
permanente
processo di
conversione,
di revisione
di vita e di
incessante
rinnovamento.
d)
Sarà cura
precipua di
ogni Vicario
Pastorale di
zona,
coadiuvato dai
confratelli
Presbiteri,
dai religiosi
e dalle
religiose,
offrire al
proprio
C.P.Z., in
corrispondenza
con l’Avvento
e la
Quaresima,
almeno un
ritiro
spirituale»
per ciascuno
dei due tempi
forti,
finalizzandoli
esclusivamente
alla
preghiera,
alla
meditazione
della Parola
di Dio e alla
revisione di
vita.
I membri dei
C.P.Z. devono
sentirsi
moralmente
impegnati a
parteciparvi,
con fervore di
fede e
generosa
disponibilità,
in spirito di
raccoglimento
e di
conversione.
La Giunta del
C.P.D. curerà
tempestivamente
la
preparazione
dei necessari
sussidi per la
loro buona
riuscita.
Sento il
dovere di
lodare e di
incoraggiare
l’iniziativa
di talune
Comunità
locali, che
organizzano
incontri
residenziali
di qualche
giorno per i
membri del
proprio
Consiglio
pastorale.
Come pure
esorto
vivamente a
continuare la
tradizione
della tre
giorni estiva
del Consiglio
pastorale
diocesano e i
raduni
residenziali
dei Vicari
pastorali.
Uniti insieme
con il Vescovo
nella
preghiera,
nella
Celebrazione
eucaristica,
nello studio
delle
questioni
pastorali,
nello scambio
delle
problematiche
e delle
esperienze, ci
si impara a
conoscere, ad
amare
fraternamente
e a
sintonizzarsi
nella
mentalità di
fede e nei
metodi d’
azione.
e)
Il Vicario
Episcopale per
la pastorale,
con l’aiuto
della
Segreteria del
C.P.D.,
assisterà le
Zone e le
parrocchie per
agevolare il
più possibile
l’attuazione
di queste
disposizioni,
non
astenendosi
dal
richiamarne
1’osservanza,
quando non
venissero
prese nella
dovuta
considerazione,
o fossero
addirittura
trascurate.
2) Non abbiamo
nessuna
possibilità di
rompere le
chiusure
dell’egoismo e
di aprirci
agli altri
nella
comunione
ecclesiale,
senza l’aiuto
dello Spirito
Santo. La sua
grazia bisogna
invocarla
assiduamente,
specialmente
nella
Celebrazione
dell’Eucaristia
e della
Liturgia delle
Ore, oltre che
nella
preghiera
personale,
fatta in forma
privata e in
gruppo
a)
Tutta
l’esistenza
del cristiano
deve
trascorrere in
atteggiamento
di continua
preghiera. Il
fedele deve
vivere ogni
momento della
vita come un
rapporto
d’amore
personale con
Dio Padre,
rimanendo
innestato in
Gesù Cristo,
nella carità
dello Spirito
Santo.
Ricordiamo la
pressante
raccomandazione
di S. Paolo: «Vi
scongiuro, o
fratelli, per
la
misericordia
di Dio, a
offrire il
vostro corpo
(cioè tutta la
vostra
esistenza
concreta)
come ostia
vivente,
santa,
gradevole a
Dio, in culto
spirituale
(cioè animato
dall’amore
dello Spirito
Santo)
quale si
addice a voi»
(Rm 12, 1).
Questa
costante
attitudine di
filiale
risposta alla
divina
chiamata, che
il Padre gli
fa risuonare
dentro ogni
situazione,
conduce
gradualmente
il cristiano a
giudicare gli
uomini e la
storia con i
criteri della
fede e gli
insegna ad
impegnarsi per
gli altri con
l’apertura del
Cuore stesso
di Gesù
Cristo.
b)
Dispongo,
perciò, che
ogni riunione
di lavoro dei
Consigli
pastorali
(parrocchiali,
zonali e
diocesano),
delle Giunte,
delle
Commissioni,
delle
segreterie e
di qualsiasi
gruppo
operativo,
siano
precedute
dalla
preghiera
intensa e
prolungata. Vi
si dedichi
almeno un
quarto d’ora.
Preferibilmente
si celebri la
liturgia delle
Ore, perché in
essa la Chiesa
«oltre alla
lode di Dio
riporta le
aspirazioni e
i desideri di
tutti i
cristiani,
anzi
interpella
Cristo e, per
sua
mediazione, il
Padre per la
salvezza di
tutto il
mondo. Questa
voce non è
solo della
Chiesa, ma
anche di
Cristo, poiché
le preghiere
vengono fatte
a nome di
Cristo, cioè
“attraverso il
nostro Signore
Gesù Cristo” e
così la Chiesa
continua
quelle
preghiere e
suppliche, che
Cristo
espresse nei
giorni della
sua vita
mortale, le
quali per
questo godono
di efficacia
singolare. In
tal modo, la
comunità
ecclesiale
esercita una
vera funzione
materna nel
portare le
anime a
Cristo, non
solo con la
carità, con
l’esempio e le
opere di
misericordia,
ma anche con
l’orazione»
(Istruzione
sulla Liturgia
delle Ore,
17).
Naturalmente
bisognerà
curare la
necessaria
spiegazione
dei Salmi e
delle letture
bibliche;
esigere un
clima di
raccoglimento
e di fervore e
provvedere
anche alle
modalità
pratiche di
una
celebrazione
decorosa.
c)
Una
particolare
attenzione sia
riservata alla
liturgia
Eucaristica e
all’adorazione
del SS.
Sacramento.
Non si deve
dimenticare,
infatti, che
l’Eucaristia
fa l’unità
della Comunità
ecclesiale.
Oltre a
prevedere
qualche
speciale
celebrazione
della S. Messa
per i Consigli
pastorali in
circostanze
riservate a
loro (per es.
nei ritiri di
zona, nei
raduni
residenziali,
o in alcune
delle riunioni
mensili di
preghiera),
esorto
caldamente a
preparare
opportunamente
qualche S.
Messa
domenicale
parrocchiale
in modo da far
vivere ai
membri del
C.P. una forte
esperienza di
comunione
insieme alla
loro Chiesa
locale.
I membri
stessi del
C.P.P.
potrebbero
curare con
fede e
intelligenza
le didascalie,
la
preparazione
dell’omelia, i
canti, la
preghiera dei
fedeli ecc.,
cosi da
offrire
concretamente
a tutta la
Comunità
parrocchiale
la possibilità
di cogliere
più
chiaramente il
valore
essenziale
della
celebrazione
eucaristica
per la
costruzione
dell’unità
della Chiesa.
È vero che per
sé ogni Messa,
come
celebrazione
della Pasqua
del Cristo,
Mistero della
nostra
riconciliazione
con Dio e con
i fratelli,
dovrebbe
essere
un’esperienza
forte di
comunione. Ma
non sempre,
purtroppo,
tutto ciò è
presente in
modo vivo alla
coscienza dei
fedeli.
Occorre,
quindi,
aiutare la
Comunità a
percepire e a
vivere più
consapevolmente,
attivamente e
fruttuosamente
la realtà del
Mistero
pasquale
almeno in
alcune
celebrazioni
speciali. In
occasione
delle quali, i
membri del
C.P.P.
dovrebbero
impegnarsi
particolarmente
a far
progredire la
loro Chiesa
locale nella
comprensione e
nella
partecipazione
alla liturgia
Eucaristica.
Sostenendo
queste
celebrazioni
in modo sempre
più vivo e
autentico, il
C.P.P. sarebbe
lui stesso
aiutato a
camminare
verso 1’unità.
L’esperienza
viva della
comunione
eucaristica lo
farebbe
strumento
idoneo a
risvegliare
nel Popolo di
Dio la
coscienza
della sua
appartenenza
alla Chiesa e
gli darebbe la
forza
indispensabile
per
testimoniare
come ogni
cristiano
possa
condividerne
la missione di
salvezza.
d)
Anche
l’adorazione
dell’Eucaristia
deve essere
favorita con
opportune
iniziative.
Occorre,
anzitutto,
aiutare i
membri dei
Consigli
pastorali a
capire
l’importanza
di aderire
insieme, con
tutta l’anima,
alla Persona
di Gesù
Cristo, morto,
risorto e
presente tra
noi nel
Sacramento
eucaristico
per riunirei e
guidarci alla
casa del
Padre. La
preghiera dì
adorazione,
raccolta e
prolungata,
vissuta
intensamente
da ciascuno
insieme agli
altri,
alternando
momenti di
recitazione
corale con
l’ascolto
della Parola,
il canto e il
silenzio
profondo che
favorisce il
dialogo intimo
con Gesù,
possiede
un‘efficacia
eccezionale di
trasformazione
e di
unificazione
delle persone
secondo il
voto supremo
di Cristo
(cfr. Gv 17).
e)
Sia per le
celebrazioni
eucaristiche,
come per
l’adorazione
del SS.
Sacramento, la
Giunta del
C.P.D.
disponga
opportuni
sussidi.
Ciò che
importa è che
tutti siamo
finalmente
convinti che
nei Consigli
Pastorali
occorre
pregare, e
molto di più!
Non potremo
incontrarci
nella
comunione se
non coltivando
insieme
intensamente
il rapporto
personale con
Cristo.
Diciamo che i
Consigli
pastorali sono
organismi
ecclesiali: è
necessario,
allora, che in
essi si
percorra il
cammino di
fede, di
preghiera e
d’amore della
Chiesa
apostolica. I
membri di ogni
Consiglio
devono
rivivere in un
certo senso
l’esperienza
del Cenacolo,
dove gli
Apostoli del
Signore, con
Maria sua
Madre,
pregando
insieme si
aprivano
generosamente
al dono dello
Spirito Santo,
per essere
inviati ad
evangelizzare
Cristo al
mondo intero.
3)
L’itinerario
ascetico per
costruire
l’unità deve
tradursi anche
in gesti
concreti di
comunione
all’interno
degli stessi
Consigli
pastorali
a)
È necessario
che i rapporti
personali tra
i membri di
ogni Consiglio
pastorale
siano sempre
meglio
intonati
all’amore
dello Spirito
Santo.
Le lettere
degli
Apostoli,
soprattutto
nelle sezioni
esortative e
nei saluti
finali,
presentano
spesso, con
espressioni
vivissime,
l’autentico
stile
cristiano
della
convivenza e
della
condivisione.
b)
Sarà opportuno
che la Giunta
del C.P.D. le
faccia
studiare e
raccogliere
sistematicamente
da qualche
esperto, per
offrirle in
forma di
letture
bibliche alla
meditazione e
all’esperienza
di fede dei
Consigli
pastorali.
c)
Per praticare
un «nuovo»
modo di stare
insieme, è
fondamentale
credere,
anzitutto, che
Dio ci vuole
uniti a Sé e
tra noi.
Dobbiamo avere
sicura la
convinzione
che Egli
possiede la
potenza
d’Amore capace
di costruire
la comunione,
annullando la
forza
disgregatrice
del peccato!
Radicati
tenacemente in
questa
certezza di
fede, senza
arrenderci di
fronte a
nessuna
smentita,
dobbiamo
coltivare
1’incontro
reciproco, in
mutuo
atteggiamento
di fiducia, di
accoglienza
cordiale, di
sincera
disponibilità
al dialogo e
alla
collaborazione.
Studiamoci di
essere «tutti
concordi,
partecipi
delle gioie e
dei dolori
degli altri,
animati da
affetto
fraterno,
misericordiosi,
umili» (1
Pietro 3,8).
d)
È necessario
che impariamo
a praticare
gli uni verso
gli altri, con
sincera umiltà
e profondo
rispetto, la
correzione
fraterna,
raccomandata
dal Signore
nel santo
Vangelo.
Bisogna che ci
educhiamo a
sostenerci con
l’affetto e la
testimonianza
della coerenza
cristiana.
Occorre che
siamo pronti a
chiedere e a
concedere il
perdono.
Impariamo a
vedere negli
altri prima
dei loro
difetti, le
belle doti, di
cui Dio li ha
arricchiti,
godendone con
gioia sincera.
Siamo
solleciti nel
rendere grazie
a Dio di ogni
bene ricevuto
da Lui e dagli
uomini.
Allarghiamo il
cuore
all’amicizia e
alla gioia
della speranza
cristiana. La
nostra casa si
apra
all’ospitalità
e siamo
disposti a
condividere
con tutti i
doni
spirituali e
materiali, che
ci sono stati
elargiti.
Risolviamo di
non mentirci
più gli uni
gli altri. Il
Consiglio
pastorale deve
essere il
luogo della
verità e della
sincerità, e
non quello
dell’ipocrisia,
del
pettegolezzo e
dell’invidia.
Sobbarchiamoci
generosamente
al servizio
dei fratelli
in umiltà,
mitezza,
pazienza,
prudenza e
spirito di
sacrificio,
portando
volentieri gli
uni i pesi
degli altri.
Non abbiamo «verso
alcuno debiti
di sorta,
eccetto quello
dello
scambievole
amore» (Rm
13, 9).
I fedeli
circondino di
profonda
venerazione i
loro
Presbiteri; e
questi li
ricambino con
la generosità
del loro
servizio.
e)
Questo modo
«nuovo» di
vivere
insieme,
questo stile
caratteristico
della
convivenza dei
figli di Dio
rinati in
Cristo,
conosca anche
le serene
espressioni
della
socialità
umana. La
contemplazione
delle bellezze
della natura e
dell’arte, le
gioie della
cultura, il
sano
divertimento,
le gite, la
villeggiatura,
le feste, la
tavola, anche
queste
esperienze
possono
aiutarci ad
approfondire
la conoscenza
reciproca, a
scoprire
sintonie
insospettate e
ad
intensificare
i vincoli
dell’amicizia
cristiana.
Così nei
Consigli
pastorali
nessuno si
sentirà
trascurato,
disatteso o
emarginato.
Non ci siano
le ingiuste
discriminazioni
che S. Giacomo
condanna nella
sua lettera. «Facciamo
un esempio: un
uomo ricco
viene ad una
delle vostre
riunioni, con
anelli d’oro e
abiti di
lusso; e alla
stessa
riunione viene
anche uno che
è povero e
vestito male.
Voi vi
mostrate pieni
di premure per
quello che è
vestito bene e
dite: siediti
qui, al posto
d’onore. Al
povero,
invece, dite:
Tu rimani in
piedi, oppure
siedi in
terra, qui
accanto al mio
sgabello. Se
vi comportate
così, non è
forse chiaro
che fate delle
differenze tra
voi e che
ormai
giudicate con
criteri
malvagi?»
(Gc. 2,2-4).
Grazie alla
«nuova»
socialità, che
viene vissuta
nel Consiglio
pastorale,
ogni suo
membro possa
sperimentare
concretamente
il conforto
della
comprensione e
della
solidarietà di
tutti,
sentendosi
incoraggiato a
rispondere
all’amore
degli altri
con la
disponibilità
più assoluta a
costruire
insieme
l’unità della
comunione
ecclesiale.
f)
Infine, se
desiderate
includere
anche me nella
vostra
esperienza
d’amore, se
volete vivere
la comunione
ecclesiale con
il vostro
Vescovo (e
come potreste
rifiutarmi, se
il Vescovo è
segno e
fondamento
dell’unità
della Chiesa
diocesana e
vicario di
Cristo in
mezzo a voi?),
se veramente
volete
confortarmi
fraternamente,
aiutandomi a
sostenere per
amore di
Cristo la
fatica del
servizio
episcopale a
vostro
profitto,
assicurate
anche a me ciò
che S. Paolo
chiedeva ai
suoi cari
Filippesi: «Portate
al colmo la
mia gioia,
mantenendovi
tutti
d’accordo,
alimentando lo
stesso amore,
unanimi,
concordi nel
sentire»
(Fl. 2, 2).
3. Alcuni
impegni
pratici da
assolvere in
unità, come
tappe del
cammino
storico verso
la nuova
civiltà
dell’amore
A conclusione
dell’Anno
Santo, Paolo
VI ha
annunciato
1’avvento
d’una nuova
civiltà
portata nel
mondo dalla
Chiesa,
riconciliata
dal perdono
misericordioso
di Dio,
unificata
interiormente
dall’amore
dello Spirito
e rinnovata
nel dinamismo
missionario da
una più
fervida
comunione con
Cristo.
Diceva,
dunque, il
Papa:
«La sapienza
dell’amore
fraterno, la
quale ha
caratterizzato
in virtù ed in
opere, che
cristiane sono
giustamente
qualificate,
il cammino
storico della
S. Chiesa,
esploderà con
novella
fecondità, con
vittoriosa
felicità, con
rigenerante
socialità. Non
1’odio, non la
contesa, non
l’avarizia
sarà la sua
dialettica, ma
l’amore,
l’amore
generatore
d’amore,
l’amore
dell’uomo per
1’uomo, non
per alcun
provvisorio ed
equivoco
interesse, o
per alcuna
amara e mal
tollerata
condiscendenza,
ma per l’amore
a Te; a Te, o
Cristo
scoperto nella
sofferenza e
nel bisogno di
ogni nostro
simile. La
civiltà
dell’amore
prevarrà
nell’affanno
delle
implacabili
lotte sociali,
e darà al
mondo la
sognata
trasfigurazione
dell’umanità
finalmente
cristiana»
(O.R. 27-28
dic. 1975).
Nella speranza
che ci dona
questo
annuncio
profetico,
propongo a
tutti i
Consigli
pastorali
della diocesi
alcuni impegni
pratici, che
prego di
studiare e di
assolvere con
generosità
fattiva e
geniale, in
unità di
comunione,
come tappe del
cammino
storico della
nostra Chiesa
verso la
civiltà
dell’amore,
cioè verso
quella totale
promozione
dell’uomo, che
solo la luce
del Vangelo
illumina nella
sua piena
verità e solo
la forza
creatrice
dello Spirito
Santo consente
di attuare
integralmente
nella
comunione d
amore.
1) Il primo
impegno sia
quello di
promuovere
insieme la
cultura
cattolica
Viviamo in
un’epoca di
transizione,
in cui la
pratica
religiosa
sembra troppo
spesso
sopravvivere
nel popolo
solo per forza
d’inerzia. I
valori
basilari della
tradizione
cristiana, che
ci ha
generati, sono
messi
gravemente in
crisi
dall’offensiva
marxista e
radicale,
soprattutto
con la
complicità di
un sistema di
vita
praticamente
ateo, imposto
dall’opprimente
materialismo
pratico della
civiltà dei
consumi e da
una
degradazione
morale, che
non conosce
più limiti.
Molti
cattolici
vivono come
dissociati.
Nell’intimo
del cuore si
illudono di
essere
credenti,
mentre di
fatto si
regolano
secondo le
mode culturali
e il mal
costume
prevalente.
a)
Per
ricostruire
nel popolo una
mentalità di
fede è
necessario un
serio impegno
di
evangelizzazione
permanente.
L’Episcopato
mondiale,
guidato da1
Sommo
Pontefice,
insiste da
anni (fin dal
Concilio)
sulla urgenza
di questo
primario
servizio
pastorale.
La CEI, per lo
stesso scopo,
ha presentato
alle Chiese
del nostro
Paese un
ottimo
documento di
base per «il
rinnovamento
della
catechesi». Ad
esso stanno
seguendo i
nuovi
catechismi.
Inoltre sono
usciti in
italiano il
Messale e i
riti riformati
per i
Sacramenti.
Per orientare
praticamente
le Chiese a
dare il
primato
all’evangelizzazione,
in relazione
ai Sacramenti
e alla
promozione
integrale
dell’uomo, i
Vescovi si
sono impegnati
a pubblicare
altre preziose
direttive
pastorali.
Ultima in
ordine di
tempo, ma non
di importanza,
è venuta
l’esortazione
apostolica
«Evangelii
nuntiandi» di
Paolo VI circa
l’evangelizzazione
del mondo
contemporaneo
(8 dic. 1975).
Abbiamo,
dunque, un
ricchissimo
patrimonio di
insegnamenti
dottrinali e
di direttive
pastorali da
studiare e da
tradurre in
atto, per
realizzare
quella
profonda
riforma del
senso della
fede, a cui il
Concilio
richiama le
Chiese.
Cento anni
ieri, il 13
febbraio 1876,
faceva il suo
ingresso nella
nostra diocesi
il grande
Vescovo mons.
G. Battista
Scalabrini.
È noto quanta
intelligenza e
quanta fatica
Egli abbia
dedicato per
rigenerare nei
contenuti, nei
metodi e nelle
strutture una
pastorale
catechistica,
che
rispondesse
alla necessità
di formare
profondamente
il popolo
piacentino
alla visione
cristiana
della vita.
Il modo più
serio per
ricordare la
sua venuta tra
noi consiste
nel
raccogliere la
sua preziosa
eredità. Per
questo
propongo la
celebrazione
di un
Congresso
Catechistico
diocesano, che
si prefigga la
radicale
riorganizzazione
della
pastorale
dell’evangelizzazione
nella nostra
Chiesa.
Esso dovrebbe
essere
accuratamente
preparato
mediante
studi,
ricerche e
sperimentazioni.
E dovrebbe
costituire la
base della
riforma
dell’evangelizzazione
nella nostra
diocesi.
Al C.P.D. e
particolarmente
all’Ufficio
catechistico
affido
l’incarico di
cominciare gli
studi e di
proporre le
prime ipotesi
i di lavoro.
Ai Consigli
pastorali
zonali e
parrocchiali,
nel frattempo,
raccomando di
dedicare ogni
energia per il
migliore
esercizio
delle attività
catechistiche.
Si promuovono
specialmente
corsi per
educatori e
per
insegnanti,
allo scopo di
aiutarli ad
assimilare
profondamente
il documento
di base e i
nuovi
catechismi.
Per favorire
una
preparazione
seria e
omogenea degli
educatori e
per sostenere
le parrocchie
più piccole,
chiedo che si
costituiscano
dei centri
zonali di
formazione,
sotto la
responsabilità
dell’Ufficio
Catechistico
diocesano.
Le ostinate
chiusure
privatistiche
di qualche
parrocchia,
che pretende
di formare in
assoluta
autonomia i
suoi
catechisti,
senza dare né
ricevere
aiuto,
pregiudicano
gravemente
quell’autentica
esperienza di
fede e di
comunione
ecclesiale,
che è
essenziale per
la loro
preparazione.
Tali
espressioni di
autosufficienza
non possono
essere
approvate. Mi
auguro, anzi,
che vengano
subito
decisamente
abbandonate.
b)
Per
ricostruire
l’unità sul
piano
culturale è
necessario
dedicare
un’attenzione
particolare
agli strumenti
e alle
occasioni che
possono
aiutare il
nostro popolo
a ricuperare
una chiara
coscienza
delle
motivazioni
della sua fede
e della sua
tradizione
cristiana.
Bisogna ridare
un senso,
anzitutto, ad
una serie di
strutture,
che, divenute
forse
ingombranti e
gravose per il
modo antiquato
della loro
gestione,
possono
assolvere
ancora
un’efficace
funzione
culturale,
qualora
vengano
aggiornate,
collegate tra
loro e
sostenute da
un’intelligente
direzione
diocesana. In
molte
parrocchie
abbiamo
oratori, campi
sportivi,
circoli
sociali e
ricreativi,
saloni
cinematografici
e teatrali,
aule
scolastiche,
in cui
potrebbero
trovare la
loro sede
organismi di
cultura,
cineforum,
società
teatrali, sale
di lettura,
piccole
biblioteche,
doposcuola e
centri
ricreativi.
Le attività
atletico-sportive
per la
gioventù,
dovrebbero
essere curate
con molta
attenzione,
rinnovando le
attrezzature
esistenti, o
preparandole
appositamente,
dove fosse
necessario,
anche con
qualche
sacrificio.
L’infiltrazione
del P.C.I. nel
mondo
giovanile
attraverso i
doposcuola, le
attività
atletico-sportive
e culturali si
fa ogni giorno
più minacciosa
e invadente.
Non possiamo
abbandonare la
gioventù in
balia della
cultura del
Marxismo!
Il Consiglio
Pastorale
Diocesano e
quelli zonali
e parrocchiali
prendano in
esame questa
allarmante
situazione,
sensibilizzino
le comunità
locali,
stimolandole
ad assumere le
opportune
iniziative.
In modo
particolare
richiamo
l’attenzione
di tutti sulle
vacanze estive
dei ragazzi.
Una
amministrazione
comunale rossa
ha gestito,
abusando
dell’ospitalità
gratuitamente
concessa da
una
Congregazione
religiosa, un
centro
ricreativo
estivo per
ragazzi, nel
quale,
all’insaputa
dei genitori,
si è fatta
esplicita
istruzione
antireligiosa.
Di questo
doloroso
fenomeno è
stata raccolta
una accurata
documentazione,
che verrà
pubblicata a
tempo
opportuno.
c)
Anche la
storia del
nostro popolo,
le sue feste,
le sue
tradizioni e
il suo
folclore sono
un prezioso
patrimonio
culturale da
salvare, da
studiare e da
rivalutare.
E per questo
che, dopo aver
celebrato il
centenario
della
Cattedrale e
di S. Franca,
ci accingiamo
ora a
ricordare il
Beato Gregorio
X e Guglielmo
da Saliceto.
La nostra
Chiesa
piacentina è
Madre di
santi, di
scienziati e
di eroi. Essi
sono
l’espressione
più alta della
fede del
nostro popolo
umile,
laborioso e
pacifico, che
non è mai
venuto meno
nella
professione
dei più
essenziali
valori umani e
cristiani.
È bene che
ricordiamo
tutto questo
alla nostra
Chiesa, perché
sia degna del
suo passato e
continui a
viverne e a
trasmetterne i
valori con
fedele
coerenza.
Vi è noto che
ho costituito
presso
l’Archivio
storico
diocesano una
sezione per la
raccolta dei
documenti
sulla
Resistenza. I
sacerdoti, che
tanto
generosamente
sono stati al
servizio delle
loro Comunità
in periodi di
eccezionale
gravità; e i
laici
cattolici, che
hanno compiuto
eroici
sacrifici per
la libertà e
la democrazia,
facciano
affluire
all’Archivio
diocesano, con
cortese
sollecitudine,
tutto il
materiale
documentario
che hanno
presso di sé,
o che possono
raccogliere.
Esso verrà
vagliato
scientificamente
e pubblicato.
Non solo per
impedire ad
alcuni
movimenti
politici di
monopolizzare
il merito
della
Resistenza per
interessi di
parte; ma
soprattutto
perché il
nostro popolo,
memore delle
sue
tradizioni, le
continui a
vivere con
coraggio e
genialità
nella crisi
presente.
La
rivalutazione
delle feste, e
delle altre
espressioni
del folclore
popolare sia
fatta con
intelligenza e
senso critico,
in modo che
vengano messi
in evidenza i
pregi
autentici
della nostra
gente e non
rappresentino
un’ennesima
capitolazione
sotto la
schiavitù
della civiltà
dei consumi.
Si cerchi di
recuperare
largo spazio
per la libera
espressione
della
religiosità,
del
sentimento,
della poesia,
del buon
gusto, della
genuina
socialità e
della geniale
creatività del
popolo
piacentino.
Nonostante che
un infelice
quaderno di
propaganda,
recentemente
stampato con i
soldi di tutti
dall’E.P.T.,
pretenda di
dimostrarci il
contrario,
siamo convinti
che
l’autentica
popolarità
piacentina non
abbia nulla in
comune con la
triviale
volgarità di
certe canzoni
cosiddette
«partigiane».
d)
Infine, è
necessario
sostenere con
unanime
decisione i
centri di
produzione
della cultura
cristiana e
potenziare gli
strumenti per
la sua
diffusione
capillare.
Anzitutto, la
fiducia delle
nostre
Comunità verso
l’Università
Cattolica deve
trovare
espressioni
più incisive
di solidarietà
e di
collaborazione.
L’Ateneo del
Sacro Cuore,
nonostante gli
attacchi
incessanti e
pesantissimi
degli
avversari, che
vorrebbero
mutargli
fisionomia e
funzione,
rimane una
bandiera della
cultura
cristiana, un
segno di
libertà e di
resistenza
contro ogni
dittatura, non
solo per i
cattolici, ma
per tutti
coloro che non
sono disposti
a divenire
schiavi di un
regime.
In modo
particolare,
bisogna
intensificare
i rapporti tra
la Chiesa
piacentina e
la Facoltà
d’Agraria
dell’U.C., che
ha sede nella
nostra Città.
I problemi
della
promozione
integrale
dell’uomo nel
mondo
agricolo, le
nuove e
urgenti
questioni
relative
all’ecologia,
i rapporti con
i popoli
emergenti, che
chiedono di
essere
preparati a
debellare lo
spettro della
fame e del
sottosviluppo,
sono alcune
grosse linee
di ricerca e
di impegno,
intorno alle
quali deve
attuarsi la
più stretta
collaborazione
tra la nostra
Chiesa e la
Facoltà
d’Agraria.
Come Vescovo
di Piacenza e
come
presidente del
Comitato
episcopale
della CEI per
l’U.C. esorto
vivamente il
C.P.D. e la
Facoltà
d’Agraria a
studiare
insieme le
modalità per
una
collaborazione
seria e
sistematica,
che risponda
alle
problematiche
del nostro
contesto
locale, e
serva,
insieme, ad
educare la
nostra
Comunità e i
membri della
stessa Facoltà
alla più ampia
disponibilità
di servizio
per la
promozione
integrale
dell’uomo
nell’agricoltura,
sia in Italia
che nel mondo.
Esorto il
C.P.D. a
studiare con i
docenti dei
Seminari
diocesani le
modalità più
convenienti
per un
rapporto
continuo di
collaborazione
non solo
individuale a
vantaggio
della crescita
culturale
della nostra
Chiesa.
I docenti dei
Seminari hanno
come missione
primaria lo
studio e
l’insegnamento
per la
preparazione
dei candidati
al Sacerdozio
ministeriale.
Tuttavia, se
si vuole
promuovere,
oggi, un
incremento
della cultura
cristiana
nella nostra
Comunità
ecclesiale è
necessario che
si sviluppi
una
collaborazione
più stretta
tra gli
organismi
pastorali
della nostra
Chiesa e il
corpo dei
docenti dei
Seminari
diocesani. Non
solo perché è
bene che la
formazione dei
futuri
Presbiteri
destinati alla
cura d’anime
senta
intimamente la
risonanza
della vita
della Chiesa.
Non solo
perché
1’insegnamento
(specialmente
teologico) non
corra il
rischio di
diventare
astratto ed
ideologizzato.
Ma anche
perché la
prassi
pastorale dei
presbiteri,
dei consigli,
delle
associazioni e
dei gruppi
senza una
continua e
aggiornata
illuminazione
culturale,
specialmente
teologica,
mancherebbe di
prospettive
chiare, sicure
e aperte, e si
ridurrebbe
facilmente
alla
ripetizione di
attività
tradizionali,
compiute con
una pesantezza
che frenerebbe
il cammino di
fede del
Popolo di Dio.
Anche gli
strumenti per
la diffusione
capillare
della cultura
vanno
largamente
diffusi e
potenziati.
Oggi, in
Italia, la
Chiesa è quasi
completamente
priva di mezzi
di
comunicazione
sociale. Per
questo non
solo non è in
grado di
difendersi, ma
deve assistere
impotente al
progressivo
deterioramento
de11a
mentalità e
della
coscienza del
popolo
cristiano.
È urgente,
drammaticamente
urgente
impegnarsi
intorno al
problema degli
strumenti
della
comunicazione
sociale. Si
sostengano,
migliorandoli,
potenziandone
la diffusione
e favorendone
la lettura,
quelli che
abbiamo ancora
a
disposizione.
Raccomando
specialmente
l’abbonamento
al quotidiano
cattolico
«Avvenire»,
ancora
trascurato
ingiustamente
da troppi
cristiani e
persino da
tanti
sacerdoti e
religiosi.
Invito,
inoltre, a
sostenere «Il
Nuovo
Giornale»,
collaborando
costruttivamente
a renderlo
sempre più
idoneo ad
esprimere
l’impegno
cristiano
delle nostre
Comunità.
2) Il
secondo
impegno da
assumere in
unità per
camminare
insieme verso
la civiltà
dell’amore
riguarda la
promozione
integrale
dell’uomo
È un impegno
che deve
tradursi in
forme diverse
nei vari
ambiti della
vita
individuale e
sociale.
Facciamo un
rapido cenno a
quelli che
consideriamo
più urgenti,
raccomandando
a tutti i
Consigli
pastorali e
alle Comunità
locali di
voler
attentamente
studiare le
modalità
concrete di
intervento,
dopo aver
attentamente
esaminato il
documento CEI
su
“Evangelizzazione
e promozione
umana».
a) LA
FAMIGLIA
Essa ha
urgente
bisogno di
quell’evangelizzazione
specifica
della novità
cristiana sul
Matrimonio e
la famiglia,
che
costituisce la
base della
promozione
integrale
dell’uomo.
Si seguano con
molta cura e
con
intelligente
penetrazione
gli
insegnamenti e
le direttive
della CEI in
«Evangelizzazione
e Sacramento
del
Matrimonio».
Si esamini con
molta
diligenza e in
spirito di
collaborazione
costruttiva la
bozza: «Per
evangeIizzare
il sacramento
del Matrimonio
nella Comunità
diocesana»,
preparata a
cura del
Consiglio
Pastorale
diocesano. In
attesa di
definire, dopo
l’esame
comunitario
della bozza,
la fisionomia
di quello
«specifico
Organismo per
la promozione
della
pastorale
familiare,
collegato con
altri
organismi
della Chiesa
locale», che i
Vescovi,
unanimemente,
hanno
deliberato di
istituire
nelle
rispettive
diocesi (cfr.
E.S.M. -
Deliberazioni,
p. 9-60 ed.
LDC) dispongo
che resti in
vigore la
direttiva già
impartita
sulla funzione
di
responsabilità
unica
attribuita
all’Istituto
«La Casa di
Piacenza»
circa la
guida, la
promozione e
il
coordinamento
della
pastorale
familiare in
diocesi.
b) LA
SCUOLA
È necessario
che i
cristiani che
insegnano, o
studiano, o
lavorano, o
fanno parte
degli organi
collegiali di
ciascun
istituto si
riconoscano
tra di loro e
facciano unità
dentro la loro
scuola. Urge,
inoltre,
istituire uno
strumento di
orientamento e
di
coordinamento
tra i vani
istituti,
affinché
emerga «un»
soggetto
comunitario
cristiano in
ogni scuola e
si possa
svolgere in
tutte le
scuole
un’azione
pastorale
precisa e
coerente che
favorisca la
promozione
integrale
dell’uomo.
Abbiamo dato
incarico ad
alcune persone
di costituire
presso
l’Ufficio
Catechistico
diocesano,
sotto la
responsabilità
del suo
Direttore, un
Segretariato
per la
pastorale
della Scuola.
Esso, con il
contributo e
la
collaborazione
del maggior
numero di
persone e
organismi
interessati, a
cominciare dai
Consigli
pastorali,
prenderà
conoscenza del
lavoro da
compiere e
studierà la
possibilità di
trasformarsi,
secondo le
direttive
della CEI, in
Ufficio
autonomo di
pastorale
scolastica,
assistito da
una
costituenda
Consulta dei
movimenti e
delle
associazioni
cattoliche,
che operano
nella Scuola.
c) MONDO
DEL LAVORO
La Comunità
diocesana, e
in primo luogo
i Presbiteri e
i Religiosi,
debbono
prestare
un’attenzione
più precisa e
fattiva alla
situazione
dell’uomo nel
mondo del
lavoro. È
urgente che i
movimenti
cristiani che
se ne
preoccupano
ritrovino la
loro unità.
La recente
lettera (cfr.
Avvenire, 12
febbraio ‘76)
del Presidente
nazionale
delle ACLI,
Marino
Carboni, a
Renato
Morandina,
dirigente del
movimento
iscrittosi al
PCI,
sottolineando
l’impossibilità
di dirsi ed
essere
credenti
quando si
aderisce al
PCI, sembra
esprimere da
parte delle
ACLI il
riconoscimento
della
«incompatibilità
fra la
professione di
fede cristiana
e l’adesione o
il sostegno a
quei movimenti
che si fondano
sul marxismo,
il quale nel
nostro Paese
ha la sua più
piena
espressione
nel comunismo»
(Consiglio
permanente
della CEI:
comunicato del
13 dicembre
‘75).
Questa
esplicita
adesione alla
dichiarazione
della CEI può
considerarsi
l’inizio di un
nuovo corso
nei rapporti
delle ACLI con
l’Episcopato?
Ce lo
auguriamo di
cuore! Intanto
si faccia ogni
sforzo per,
superare
antagonismi e
divisioni tra
i movimenti e
le
associazioni
che raccolgono
lavoratori
cristiani.
Ci si impegni,
soprattutto, a
ricostruire
negli ambienti
di lavoro un
modo
comunitario di
presenza. che
esprima un
soggetto
ecclesiale
capace di
evangelizzare
e di
promuovere la
dignità della
persona umana.
d)
ASSISTENZA E
SANITÀ
In questo
ambito,
tradizionalmente
riservato
all’esercizio
della carità
cristiana,
praticata
specialmente
dai religiosi,
si profilano
oggi le
minacce più
gravi alla
libertà della
persona e le
strumentalizzazioni
più pesanti
dei bisognosi
e degli
infermi per le
mire del
potere
politico.
Rende più
facili queste
basse
speculazioni
la convergenza
di alcuni
fattori.
Primo tra essi
l’impreparazione
delle comunità
ecclesiali a
comprendere le
nuove
problematiche
assistenziali
e sanitarie.
La necessità
di una
revisione
radicale della
stessa
concezione
della
questione
assistenziale
e sanitaria
diventa oggi
particolarmente
urgente.
Anche la DC
non dimostra
di avere in
materia un
progetto
politico
serio,
coerente e
completo.
Nelle nostre
comunità vi è
una diffusa
insensibilità
per le
molteplici
forme di
indigenza e
malattia.
Anche tra noi
chi sta bene
cerca di stare
meglio, e le
difficoltà dei
più deboli gli
sembrano
addirittura
inesistenti,
sinceramente
desiderosi di
impegnarsi per
la promozione
umana dei
bisognosi,
acriticamente
accettano
concezioni e
propugnano
soluzioni ben
lontane dalla
visione
cristiana in
questi
problemi.
Lo testimonia,
per esempio,
il modo con
cui le ACLI
aderiscono
alle
prospettive
dei
socialcomunisti
circa la sorte
degli Istituti
di pubblica
assistenza e
beneficenza
(Opere Pie).
Hanno
sottoscritto e
portano avanti
per iniziativa
popolare un
progetto di
legge, che le
sopprime
tutte, e ne
trasferisce i
beni agli Enti
locali. La
pubblicizzazione
assoluta
dell’assistenza
e della sanità
comporta costi
elevatissimi,
apre le
istituzioni
alla lotta
politica,
toglie
praticamente
qualsiasi
libertà di
sperimentazione,
pregiudica le
possibilità di
scelta degli
utenti, spegne
in radice la
collaborazione
del
volontariato e
scoraggia i
lasciti del
patrimonio
privato.
Esortiamo
vivamente la
Caritas
Diocesana ad
approfondire
questi
problemi per
informarne
adeguatamente
la nostra
comunità
ecclesiale.
Soprattutto
raccomandiamo
ai cattolici,
che operano
nelle
istituzioni
assistenziali
e sanitarie,
di ricercare
il
riconoscimento
reciproco e di
fare unità nel
luogo dove
sono
impegnati.
Invitiamo i
Presbiteri e i
Religiosi, i
Consigli
pastorali, i
gruppi di
volontariato e
le
associazioni
caritative a
chiedere la
collaborazione
della Caritas
Diocesana,
allo scopo di
promuovere
nelle comunità
locali una
sensibilità
più profonda e
aggiornata
circa i
problemi
assistenziali
e sanitari.
Dobbiamo
rallegrarci
che gli enti
pubblici siano
divenuti più
disponibili a
rispondere
alle esigenze
e ai bisogni
delle persone
più deboli. Ma
non possiamo
delegare alla
società civile
quella
diaconia di
carità, che la
nostra
professione
cristiana ci
obbliga ad
esercitare,
soprattutto
verso gli
indigenti e i
sofferenti.
Senza
l’animazione
dell’amore che
viene dallo
Spirito Santo,
le più moderne
strutture e le
tecniche più
perfezionate
non saprebbero
salvare i
poveri e i
malati dalla
solitudine e
dall’emarginazione.
e) TERZO
MONDO
Anche nella
partecipazione
alla missione
di carità che
la Chiesa
svolge per i
poveri del
terzo mondo
dobbiamo
ricostruire
una più forte
unità. In
primo luogo è
necessario
ricuperare una
consonanza più
precisa
intorno al
vero senso
cristiano
della
missione.
Troppo spesso
il nostro
popolo si fa
della missione
e del terzo
mondo una
concezione
superficiale e
falsamente
emotiva.
Nonostante la
Chiesa
attraverso il
Concilio, i
Sinodi dei
Vescovi e il
Magistero di
Paolo VI,
abbia
ripetutamente
messo a fuoco
il senso
teologico
dell’evangelizzazione,
la questione
delle missioni
è comunemente
ridotta a un
problema di
raccolta di
denaro e di
aiuti
materiali. La
gente offre la
sua elemosina
e si libera di
ogni altra
responsabilità.
Tutto ciò è
molto
deformante,
perché
approfondisce
il distacco
tra ricchi e
poveri e
aliena i
cristiani
dalla
consapevolezza
dei doveri
fondamentali
della
testimonianza,
dell’apostolato
e della
giustizia.
In secondo
luogo,
dobbiamo fare
più stretta
unità con i
nostri
missionari del
Brasile e
dell’Africa.
La loro
esperienza,
che ci verrà
presentata
nella prossima
Quaresima
missionaria in
un loro
importante
documento, ci
è necessaria
per rivedere
la nostra
mentalità e
ritrovare la
giusta
sintonia con
la Chiesa di
Dio, che
annuncia al
mondo il
Vangelo della
salvezza e
della
liberazione
integrale
dell’uomo.
Meditando
insieme le
lettere dei
nostri
missionari in
un sincero
sforzo di
comunione,
favoriamo
nelle
parrocchie la
maturazione di
gruppi
cristiani,
specialmente
giovanili, i
cui membri si
votino, anche
personalmente,
all‘evangelizzazione
del terzo
mondo.
f)
EMIGRAZIONE
Ho
l’impressione
che,
nonostante la
straordinaria
testimonianza
che mons.
Scalabrini ci
ha dato, la
nostra
Comunità
ecclesiale non
coltivi, come
dovrebbe i
vincoli di
fraternità che
la uniscono
agli emigrati
dalla nostra
terra.
Alcuni parroci
si sono recati
all’estero,
con il mio
incoraggiamento,
per visitarvi
i loro
parrocchiani.
Io stesso ho
avuto ripetuti
incontri con
gruppi di
nostri
diocesani
trasferiti
negli Stati
Uniti e in
Inghilterra.
Nel prossimo
aprile,
invitato dagli
emigrati
dell’Alta Vai
d’Arda,
specialmente
dagli amici di
Morfasso e di
Monastero Val
Tolla, mi
recherò a
Londra e nel
Galles per
concludere con
loro le feste
centenarie di
S. Franca, che
essi venerano
con speciale
devozione.
L’anno
venturo, con
l’aiuto del
Signore, spero
di ritornare
in America e
di passare in
Canada per
incontrare
altri gruppi
di emigrati
diocesani.
Vorrei che i
loro problemi
interessassero
maggiormente
l’intera
Comunità
diocesana e
che i Parroci
e i Consigli
Pastorali
studiassero le
modalità più
opportune per
stabilire con
loro contatti
assidui e
regolari,
all’estero e
quando tornano
nei nostri
paesi a
trascorrere le
vacanze
estive.
Da qualche
anno, a
Monastero,
alla fine di
luglio si
celebra con
comune
soddisfazione
la festa degli
Inglesi. Anche
a Bedonia, per
la Madonna di
S. Marco,
ritornano
numerosi
Americani.
Perché non
favorire più
decisamente,
in tutte le
nostre
vallate, il
ritorno e i
contatti?
Perché non
programmare, a
tempo
opportuno,
delle
occasioni di
incontro, che
servano a
stringere
vincoli più
forti tra
parenti e
amici e a
rinnovare, o a
ristabilire i
rapporti
filiali con
Dio? Queste
sono
iniziative
onerose, che
richiedono
molto impegno,
un assiduo
scambio di
corrispondenza,
visite
periodiche del
parroco agli
emigrati e
rapporti
frequenti con
i missionari
degli italiani
all’estero.
Ma in compenso
danno buoni
frutti
pastorali.
Molto spesso
l’emigrato,
che, oberato
dal lavoro e
assorbito da
mille
preoccupazioni,
si sente
emarginato e
incompreso,
ritorna, al
richiamo delle
tradizioni
della sua
terra e
dell’affetto
dei suoi cari
ai valori
della fede
dell’età
giovanile.
Senza dire,
poi, che le
nostre
parrocchie, in
questo scambio
di fraternità
cristiana, si
rinnoverebbero
profondamente.
3) Il terzo
impegno è fare
unità contro
l’aborto
Una battaglia
impegnativa e
qualificante
chiama oggi i
cattolici a
fare unità:
quella contro
l’aborto.
L’intolleranza
fisica e
culturale di
alcuni
movimenti e
partiti, che
combattono nei
modi più
violenti i
valori della
fede e della
concezione
civile della
vita, chiama i
cattolici ad
una
testimonianza
unanime e
coraggiosa a
difesa della
vita.
Senza insulti
e senza
intimidazioni,
ma anche senza
incertezze e
senza paure,
tutti i
cattolici, ma
specialmente
quelli che
rivestono
funzioni
d’autorità e
di
rappresentanza
politica, se
non vogliono
tradire la
fiducia della
Comunità
cristiana,
devono uscire
allo scoperto,
pronunciandosi
apertamente e
chiaramente
contro
l’aborto.
a)
L’assolutezza
della legge di
Dio non
consente
equivoci. Sta
scritto: «Non
ucciderai» (Dt
5,17; Es 20,
13). Duemila
cinquecento
Vescovi,
riuniti nel
Concilio
Vaticano Il
sotto la
presidenza del
Papa Paolo VI,
hanno ribadito
con forza,
all’unanimità,
il perenne
insegnamento
della fede
cristiana:
«Dio, padrone
della vita, ha
affidato agli
uomini
l’altissima
missione di
proteggerla,
missione che
deve essere
adempiuta in
modo umano.
Perciò la
vita, una
volta
concepita,
deve essere
protetta con
la massima
cura: e
1’aborto e
l’infanticidio
sono
abominevoli
delitti» (G.S.
51).
b)
Di fronte al
diffondersi
della piaga
sociale
dell’aborto,
praticato
spesso anche
da battezzati
che continuano
a ritenersi
cristiani,
nasce un
inquietante
domanda.
Perché molti
cattolici, che
non esitano a
riconoscere in
linea di
principio
l’assolutezza
intangibile
del
comandamento
divino: «non
ucciderai!»,
non trovano
poi la forza
di rispettarlo
quando sono di
fronte a una
gravidanza
indesiderata,
che li mette
in crisi
personalmente?
Al di là dei
fattori
emotivi che
caratterizzano
queste
situazioni
particolari,
bisogna
amaramente
riconoscere
che il senso
cristiano
della vita sta
corrompendosi
nell’animo dei
fedeli.
Pertanto, la
prima difesa
contro
l’aborto va
costruita
nella
coscienza dei
cattolici.
Essi devono,
anzitutto fare
unità a
livello di
mentalità e di
costume.
L’impegno
contro
l’aborto,
quindi, va
espresso, in
primo luogo,
mediante il
ricupero
dell’adesione
ferma e
unanime dei
cattolici
intorno alle
verità della
fede e alle
norme della
morale
cristiana, che
riguardano
l’interruzione
volontaria e
direttamente
perseguita del
processo
generativo di
una vita
umana.
c)
In fondo, il
problema
dell’aborto si
identifica con
il problema
dell’uomo.
Si è pro o
contro
l’aborto
secondo la
concezione
dell’uomo che
si professa.
Se si pensa
allo
straordinario
potere
esercitato dai
mezzi di
comunicazione
sociale nella
manipolazione
artificiosa
del consenso
delle masse,
appare
evidente
l’urgenza di
un impegno
concorde e
deciso di
tutte le
comunità
ecclesiali e
di ogni
cattolico
nell’illuminare
e nel
responsabilizzare
la coscienza
popolare.
E siccome non
possiamo
contare sui
grandi mezzi
di formazione
dell’opinione
pubblica,
1’unica via
per annunciare
e spiegare
alla gente i
valori in
discussione,
resta il
rapporto
diretto con le
persone.
Fatica
improba! Ma
tipicamente
missionaria e
perciò
familiare alla
Chiesa e
capace di
profonda
penetrazione
nella
coscienza
popolare, se i
credenti sono
convinti e
chiaramente
consapevoli di
ciò che
insegnano e
decisamente
uniti
nell’impegno
di persuaderne
gli altri.
d) Si faccia,
dunque, tutto
il possibile,
con ogni mezzo
a
disposizione,
per illuminare
gli animi e
contestare le
speciose
argomentazioni
degli
avversari.
Nelle
parrocchie e
nelle zone,
specialmente
nelle Città e
nei maggiori
Centri della
Diocesi, si
esprima con la
massima
energia
un’azione
capillare e
penetrante di
mobilitazione
della
coscienza
degli onesti
contro
1’aborto.
Si insista
nello spiegare
che esso non
solo va contro
la morale
cristiana, ma
pregiudica
gravemente il
bene comune
della società
civile.
Infatti, se
viene
legittimato
l’aborto,
nessuna
garanzia lo
Stato può
offrire per
assicurare il
diritto alla
vita delle
persone più
deboli e
socialmente
più
indesiderate.
e)
La difesa
della vita non
si faccia solo
in termini di
contestazione
contro
l’immoralità e
il crimine
dell’aborto.
Ma si esprima,
soprattutto,
come impegno
costruttivo,
sia mediante
1’azione
educativa, che
quella di
promozione
della persona
umana.
Per quanto
riguarda, in
particolare,
la formazione
della
gioventù, si
consacri
speciale
attenzione al
recente
documento
della Sacra
Congregazione
per la
dottrina della
fede su alcuni
problemi di
etica
sessuale.
È superfluo
dire che il
Vescovo
esprime
intorno ad
esso il suo
pieno consenso
e che lo
raccomanda con
insistenza
allo studio
dei sacerdoti,
delle famiglie
e degli
educatori come
un validissimo
strumento per
la costruzione
di una salda
unità nella
mentalità e
nel costume di
tutti i
cristiani e
soprattutto
dei giovani.
All’azione
educativa e
alla
testimonianza
coerente di
autentica vita
evangelica, le
nostre
comunità, con
gli strumenti
più idonei
allo scopo,
esprimano
anche una
decisa
sollecitazione
dei pubblici
poteri,
affinché le
persone più
esposte al
rischio di
commettere gli
abominevoli
delitti
dell’aborto e
dell’infanticidio
trovino
adeguate
provvidenze,
sia sul piano
dell’assistenza
sociale e
sanitaria, che
su quello
economico ed
educativo.
Conclusione
Chiudo
presentando
due
raccomandazioni
prese dalla
Liturgia delle
Ore di oggi,
sabato della V
settimana del
tempo
ordinario.
1) Questa è
l’ora di
agire!
«7 Non
vi fate
illusioni; non
ci si può
prendere gioco
di Dio.
Ciascuno
raccoglierà
quello che
avrà seminato.
8 Chi semina
nella sua
carne, dalla
carne
raccoglierà
corruzione;
chi semina
nello Spirito,
dallo Spirito
raccoglierà
vita eterna. 9
E non
stanchiamoci
di fare il
bene; se
infatti non
desistiamo, a
suo tempo
mieteremo. 10
Poiché dunque
ne abbiamo
l'occasione,
operiamo il
bene verso
tutti,
soprattutto
verso i
fratelli nella
fede»
(Gal 6,7-10).
2) Il
principio, il
metodo e lo
scopo del
nostro agire
sia l’amore
divino (la
carità)
«La carità è
l’unico
criterio
secondo cui
tutto deve
essere fatto o
non fatto,
cambiato o non
cambiato. È il
principio che
deve dirigere
ogni azione e
il fine a cui
deve tendere.
Agendo con
riguardo ad
essa o
ispirati da
essa, nulla è
disdicevole e
tutto è buono.
Si degni di
concederla
questa carità
Colui al quale
senza di essa
non possiamo
fare
assolutamente
nulla. Egli
vive e regna,
Dio, per i
secoli senza
fine. Amen».
(Dai discorsi
del beato
Isacco abate
del Monastero
della Stella).
† Mons. Enrico
Manfredini,
Vescovo di
Piacenza