Templari di San Bernardo
Congregazione laicale cattolico-cavalleresca di ispirazione templare
 
 
 
  Magistero della Chiesa Cattolca
 

Magistero: 36 anni e non sentirli

Indicazioni, temi e confronti di ieri, attuali come oggi !

Carissimi fratelli, sorelle e amici,

leggendo queste note dotrinali del Vescovo Manfredini, date ai fedeli trentasei anni fa, mi pare di trovare tanti spunti, ed esortazioni che debbono essere attuati/e anche (ancora) oggi. Ciascuno potrà in cuor suo valutare e comprendere se veramente c'è attinenza nel detto popolare: "tra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare". O peggio, quando poi (per certi aspetti) non si è fatto addirittura l'opposto di quello che era il vero bene.  L'attuale contingenza sociale ne è per caso la prova ?

"Il dovere di fare unita"

14 Febbraio 1976

Supplemento inserto de “Il Nuovo Giornale” di Piacenza - n. 10 del 13 marzo 1976 redatto a cura della segreteria del Consiglio Pastorale Diocesano di Piacenza

Motivi di fede itinerario ascetico e impegni pratici per fare unità di comunione nella presentazione delle linee programmatiche all’assemblea del III Consiglio Pastorale Diocesano da parte del Vescovo mons. Enrico Manfredini il 14 febbraio 1976

Mons. Enrico Manfredini,
Vescovo di Piacenza

«Il dovere di fare unità» è il tema svolto dal Vescovo mons. Enrico Manfredini alla prima assemblea del nuovo Consiglio Pastorale Diocesano che rimarrà in carica per il prossimo triennio. L’assemblea ha avuto luogo nel pomeriggio di sabato 14 febbraio. Nel suo intervento il Vescovo ha inteso proporre «motivazioni di fondo e indicazioni pratiche» sul programma pastorale in diocesi di cui il CPD è indubbiamente il maggiore interessato e il più qualificato responsabile. Questo inserto del settimanale cattolico diocesano riporta il testo, completo e fedele, dell’intervento di mons. Manfredini all’assemblea e viene redatto affinché sia conosciuto e meditato da tutta la comunità diocesana, e – in essa – particolarmente da coloro che partecipano in modo attivo alla vita pastorale ed ecclesiale della diocesi piacentina.

Premessa

Il momento storico che stiamo attraversando ci fa comprendere quanto fosse motivata la preghiera del Cristo per l’unità dei suoi (Gv 17).

Oggi la Chiesa è stretta d’assedio da tutte le parti, con attacchi spietati e spesso selvaggi. Sì ha la sensazione di essere bersagliati da una coalizione dì forze eterogenee, concentrate contro il nome cristiano per cancellarlo, se fosse possibile, dalla società contemporanea. E per raggiungere lo scopo, ogni mezzo è buono!

In questa condizione, che provoca persino il mimetismo e il tradimento di tanti, che fino ad oggi si dicevano cattolici, è evidente la necessità di unirsi, di far tacere rotture e polemiche interne, per ridonare alla comunità cristiana il vigore necessario ad affrontare la congiuntura.

Non si pensa certamente, ragionando così, di bandire antistoriche crociate. Si intende solo affermare che per la vita e la missione evangelizzatrice della Chiesa, per il suo efficace impegno a favore della promozione integrale dell’uomo e specialmente in difesa della libertà e della democrazia, che oggi, in Italia, versano in grave pericolo, è necessario ritrovare la più forte unità del Popolo di Dio.

Per questa ragione, il discorso di inaugurazione del terzo Consiglio Pastorale Diocesano insisterà sul dovere di fare unità.

1. Le motivazioni di fede del dovere di fare unità

1) Il progetto di Dio sulla storia è un progetto di unità

a) Con la vicenda dei Patriarchi inizia la rivelazione del disegno di Dio sull’umanità. Abramo è chiamato da Dio a divenire il capostipite di una discendenza che sarà benedetta da Lui. Il vincolo che lega Jahvè con Abramo è sostanzialmente un rapporto di amicizia: «La Scrittura dice: Abramo credette in Dio e Dio ne tenne conto e per questo lo riconobbe come uomo giusto. Anzi, egli fu chiamato amico di Dio» (Gc 2,23).

L’Io divino, per grazia chiama il tu-umano, gli fa le promesse. E «Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8).

Il rapporto di Jahvé con Abramo è presentato dalla Scrittura come modello della relazione di Dio con l’uomo.

È comunione che nasce dalla grazia della chiamata di Dio e incontra la risposta pronta e fiduciosa dell’obbedienza dell’uomo.

b) I racconti di creazione (Gen 2-4) spiegano l’origine della rottura, che stacca l’uomo da Dio e genera il conflitto dell’uomo contro l’uomo. Il demonio seduce Adamo ed Eva: essi peccano e la divisione entra nella storia.

Per il peccato la realtà mondana, creata buona, perde la sua originale armonia. È per questo che essa «anela, in ansiosa attesa... geme e soffre i dolori del parto... sorretta tuttavia dalla speranza che essa pure, la creazione, verrà affrancata dalla schiavitù della corruzione» (Rm 8, 19-22).

c) Il «patto» stretto tra Jahvè e Israele sul Sinai è lo sviluppo del disegno di unità perseguito da Dio.

L’Esodo, infatti, è presentato dalla Bibbia come il compimento delle promesse fatte dal Dio fedele al fedele Abramo e ai suoi discendenti: «Ora Iddio udì i loro gemiti (in Egitto) e si ricordò del suo patto con Abramo» (Es 2,24).

La legge data a Mosè non è un mezzo per guadagnarsi l’amicizia con Jahvè, ma il modo pratico di vivere l’appartenenza a Lui.

Secondo lo schema di alleanza, la legge non è la sorgente della benedizione, ma la condizione necessaria, data la quale la benedizione promessa produce i suoi effetti.

Gli eventi dell’Esodo e del Sinai manifestano la fedeltà di Jahvè alle sue promesse. Israele è il popolo che Dio ha scelto per sé, dando compimento alla parola garantita ad Abramo, quando gli ha giurato di fare della sua discendenza una grande nazione.

La missione di Israele è quella di ricreare l’unità originale. Perciò l’elezione e il patto lo investono del compito della riconciliazione universale.

Purtroppo, sempre a motivo del peccato, Israele si dimostra incapace di osservare la legge. Viene meno alle condizioni pattuite, grazie alle quali poteva esprimersi storicamente come il «Popolo di Dio». Invece di avere le benedizioni, incorre nelle maledizioni.

d) La caduta di Gerusalemme è interpretata dai profeti come il segno della maledizione che segue l’infedeltà di Israele. Il «patto» è fallito. La missione dei Profeti, a cominciare da Osea, consiste nel dichiarare la decisione del Dio fedele a mantenere le promesse giurate ad Abramo, nonostante l’infedeltà di Israele peccatore.

I profeti non parleranno più di «patto». Useranno altre immagini. Ricorderanno agli Israeliti che non sono soltanto i servi di Dio, ma anche la sua famiglia.

Osea comincerà a presentare Jahvè come lo sposo tradito, che cerca appassionatamente di ricuperare Israele, la sposa adultera.

La rivelazione circa la relazione tra Dio e il suo popolo conosce un significativo sviluppo: procede nel senso della progressiva interiorizzazione dell’alleanza.

Dal Dio, che si mette di fronte al suo popolo, si parla del Dio, che sta in mezzo al suo popolo: è l’Emmanuele, il Dio con noi (Isaia).

Dalla legge scritta sulle tavole di pietra, si passa alla legge nuova inscritta nei cuori (Geremia). Dal popolo dal cuore di sasso, al popolo dal cuore di carne, inabitato dallo Spirito di Dio (Ezechiele). L’uomo non è in grado di osservare la legge? Dio, pur di unirlo in comunione con sé, rivela di voler crearlo di nuovo, di inscrivergli la legge nell’intimo del cuore e di riempirlo del suo Spirito d’amore.

e) Quando giunge il tempo stabilito, Dio introduce nella storia l’Uomo nuovo: è suo Figlio, il Verbo Incarnato, concepito di Spirito Santo. Il suo Unigenito assume «una carne simile a quella del peccato, per vincere il peccato» (Rm 8,3), che è la radice d’ogni divisione.

Il Padre porta a compimento nel mistero della Pasqua (morte-resurrezione del Cristo) il suo disegno d’amore. Mantiene la promessa fatta ad Abramo. «Gesù doveva morire per la nazione (giudaica); e non soltanto per la nazione, ma affinché raccogliesse in unità i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 51-52).

Nell’immolazione pasquale di Gesù il Padre ha offerto a tutti i popoli la benedizione promessa ad Abramo.

Ora, nonostante l’infedeltà del popolo eletto, tutti quelli che credono all’annuncio del Figlio di Dio morto e risorto per la salvezza del genere umano e, pentiti dei loro peccati, chiedono di essere battezzati, vengono rigenerati per la potenza dello Spirito creatore e diventano figli adottivi di Dio nel suo Figlio Unigenito. Ogni cristiano può ben dire: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Cristo è la nuova legge inscritta nei cuore dei fedeli. Egli per loro è «via, verità e vita» (Gv 14, 6).

Innestati in Lui, i cristiani producono frutti di vita eterna come i tralci di un’unica vite rigogliosa (Gv 15). Mangiando Lui, pane di vita, non gusteranno la morte in eterno (Gv 6). Partecipando all’unico pane, pur essendo molti, essi divengono un solo Cristo, «una mistica persona», la cui coesione intima è operata dallo Spirito inviato dal Signore risorto (1Cor 10,17; 12).

f) L’unità del Cristo e della sua Chiesa non è fine a se stessa. S. Paolo ha ripetutamente spiegato che il senso ultimo del mistero di Cristo e della Chiesa è l’unificazione di tutto l’universo in Dio.

Il Padre «ci ha manifestato il mistero della sua volontà, quel piano stabilito e predisposto in Lui per l’economia della pienezza dei tempi, di ricondurre a un unico Capo, Cristo, tutte le cose» (Ef 1, 9-10).

Per questo la Chiesa, che è il suo Corpo, la sua Sposa, il suo Popolo nuovo, è chiamata ad essere coerentemente «in Cristo come un sacramento, cioè un segno e uno strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (L.G. 1).

La preghiera di Gesù per l’unità (Gv 17) è dunque la preghiera per il compimento del disegno del Padre nella storia. È la preghiera per il Regno, cioè per la signoria di Dio nel cuore di tutti gli uomini, liberati dal peccato e dalla morte e riuniti per sempre nella comunione d’amore del Mistero trinitario.

2) Pluralismo e divisione

a) Dio è perfettissimo. Ogni esistente è necessariamente un’espressione creata, e perciò finita, della sua infinita perfezione.

Pertanto il pluralismo è connaturale allo stato creaturale ed ha origine da Dio.

b) Chiamando alla vita una persona, Dio le assegna simultaneamente un ruolo storico specifico, originale e irrepetibile.

La vocazione alla fede e alla rinascita battesimale definisce, sull’immagine e sulla missione del Figlio di Dio, la fisionomia propria e la missione individuale del cristiano dentro la Chiesa per la salvezza del mondo intero.

c) «Lo Spirito distribuisce i suoi doni a ciascuno come vuole» (1 Cor 12,11). La varietà dei carismi è in corrispondenza con il ministero (o servizio) che ciascuno è chiamato ad esercitare nella Comunità.

«A quel modo che il corpo è uno, sebbene abbia molte membra e che tutte le membra del corpo, pur essendo molte, formano un solo corpo, così pure è il Cristo» (1 Cor. 12, 12). «Sono forse tutti Apostoli? Forse tutti profeti? Tutti sono forse dottori? Fanno tutti dei miracoli? Forse che tutti hanno il dono di guarire? Parlano tutti in lingue? Tutti forse le interpretano?» (1 Cor 12, 29-30).

d) «Ora, a ciascuno la manifestazione dello Spirito è data in vista dell’utilità comune» (1 Cor 13, 7).

La pluralità delle caratteristiche naturali e dei doni soprannaturali ha un unico scopo e significato ultimo: l’unità.

«E, infatti, in un solo Spirito noi tutti, Giudei o Greci, schiavi o liberi fummo battezzati per formare un solo corpo» (1 Cor 12, 13).

e) Nel corso della storia la molteplicità degli individui s’è intrecciata e complicata, unificata e differenziata in una varietà mirabile di popoli, di culture, di costumi, di tradizioni e di situazioni, secondo un grandioso disegno divino, che stentiamo persino ad immaginare.

Fino a che punto questa intricata pluralità è una ricchezza per l’Umanità? Quale è il criterio per distinguere la diversità che porta autentici valori ed edifica l’unità meravigliosa del molteplice, da quella che introduce nella convivenza umana falsi valori e fermenti di disgregazione?

La rivelazione presenta un duplice criterio di verifica. Uno riguarda l’origine. È buona ogni pluralità che viene da Dio. «Vi sono bensì vari carismi, ma un medesimo Spirito; e vi sono vari ministeri, ma un medesimo Signore; e varie operazioni, ma è il medesimo Dio che opera ogni cosa in tutti» (1 Cor. 12,4-6). L’origine di ogni pluralità buona è trinitaria.

Bisogna, dunque, verificare donde derivi la peculiarità propria di un progetto, o d’una iniziativa, o d’una concezione. Viene da Dio se è conforme alla sua volontà, se è in sintonia con la sua Parola, se si esprime in continuità con i valori essenziali della tradizione cristiana, autenticamente interpretata dal Magistero della Chiesa.

L’altro criterio riguarda il fine. È buona ogni pluralità che tende all’unità, cioè ad armonizzarsi organicamente in vista del bene comune.

f) Solo ciò che nasce dal peccato, o ne porta il segno disgregatore, esprime la molteplicità che divide.

Chi ha per padre il diavolo, direbbe Gesù, non può accettare il disegno di Dio, che vuole 1’unità del genere umano. «Voi avete per padre il diavolo, e sono i desideri del padre vostro che volete fare. Egli era omicida fin dal principio e non perseverò nella verità, perché non c’era verità in lui. Quando egli proferisce menzogna parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna» (Gv 8, 44).

Il peccato è essenzialmente rifiuto dell’unità con Dio e con i fratelli. Il principe della menzogna presenta spesso le espressioni orgogliose dell’individualismo e le esigenze violente e oppressive della superbia personale o di gruppo come legittime rivendicazioni del pluralismo!

g) Tutti siamo continuamente insidiati dal demonio, perché portiamo la ferita del peccato fin dalle origini. Sarà necessario, quindi, verificare l’autenticità delle nostre posizioni individuali e di gruppo e purificarle dalle incrostazioni spurie, sedimentate in tutti dal principe della menzogna. Non si può, quindi, attuare un pluralismo autentico se non in costante impegno di conversione e di rinnovamento.

«Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non rischierete di appagare le voglie della carne (che sono le inclinazioni egoiste dell’uomo peccatore, chiuso a Dio e al prossimo). La carne, infatti, ha voglie opposte allo Spirito e lo Spirito desideri opposti alla carne... Ora è ben noto ciò che produce la carne, e cioè... inimicizie, risse, gelosia, impeti di ira, rivalità, discordie, fazioni, invidie.., e altre cose simili... I frutti dello Spirito, al contrario, sono: carità, gioia, pace, longanimità, benignità, bontà, fedeltà, mitezza, temperanza» (Gal 5, 16-23).

3) La comunione è la forma specifica dell’unità della Chiesa e la condizione essenziale per il compimento della sua missione

a) Nella preghiera sacerdotale (Gv 17) Cristo dice la sorgente e il modello dell’unità dei cristiani. «Tutti siano una cosa sola come tu, Padre, sei in me ed io in te, affinché anch’essi siano una cosa sola in noi» (Gv 17, 21).

La sorgente dell’unità è il Mistero di amore della SS. Trinità: il suo modello è l’ineffabile comunione delle Persone divine.

“L’unione dei fratelli deve costituire un’unità che imiti quella esistente tra il Padre e il Figlio. Nel quarto Vangelo l’unità tra il Padre e il Figlio si esprime nella triplice relazione di conoscenza, amore e comunione... La proposizione finale («affinché anch’essi siano una cosa sola in noi») aggiunge che coloro che sono in tal modo uniti tra di loro, sono anche in strettissima unione con il Figlio e con il Padre (cfr. 14, 23). È questa unione verticale che fonda la prima. L’unità dei fedeli non è solo imitazione dell’unità trinitaria: discende da essa. L’unità non è opera di uomini: discende dall’alto» (Maggioni - Il Vangelo di Giovanni, p. 1629).

b) La comunione è anzitutto un’esigenza essenziale del «soggetto» ecclesiale. Esso non ha vita, né capacità d’azione se non è «uno».

Ma è pure condizione fondamentale requisita per il compimento della sua missione.

Gesù ha pregato: «che siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» (Gv 17, 23).

Ciò significa che il frutto della comunione perfetta è la manifestazione al mondo della filiazione divina del Cristo, Messia e Salvatore, e della grandezza dell’amore misericordioso del Padre. L’unità della Chiesa, vissuta come vuole Cristo, con la forza del suo Amore, è il primo e fondamentale gesto missionario.

c) San Paolo spiega nella lettera agli Efesini come Cristo ha distrutto il peccato, origine di ogni divisione e ha costruito l’unità di comunione (Ef 2,13-22). A prezzo della sua immolazione pasquale!

Anche la Chiesa non può divenire perfetta nell’unità, se non accettando di comunicare realmente al sacrificio cruento di Cristo. Dice bene S. Agostino, quando spiega che cosa debba essere per dei veri cristiani la celebrazione dell’Eucaristia, sacramento del mistero pasquale del Signore Gesù. “Ecco il sacrificio dei cristiani: tutti insieme fare un sol Corpo in Cristo!» (De civitate Dei, lib. X, c. 6).

«L’Eucaristia, mentre è memoria del passato e annuncio del futuro, fino a quando Egli verrà, è anche il momento più importante dell’incontro di Dio con gli uomini, degli uomini con Dio, degli uomini tra loro» (Rinnovamento della catechesi, n. 72).

A volerla celebrare con la vita e non solo con vuoti segni rituali, la S. Messa comporta ogni volta un crocifiggente processo di purificazione dal peccato e di generosa apertura all’amore di Dio e dei fratelli. Questo cammino di liberazione è la nostra quotidiana «via Crucis». Porta ogni giorno alla morte dell’uomo vecchio, con i suoi egoismi, perché risorga l’uomo nuovo, quello che continuamente si rinnova «per giungere alla piena conoscenza, secondo l’immagine di Colui che l’ha creato. Dove non c’è più distinzione di reco o di giudeo; di circoncisi o di incirconcisi, di barbaro, scita, schiavo o libero, ma tutto e in tutti è Cristo» (Col 3, 10-11).

d) Con appassionato vigore S. Paolo raccomandava l’unità, come primo obbligo morale derivante dall’incorporazione in Cristo.

«1 Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, Che vi comportiate in maniera degna della vocazione con cui siete stati chiamati, 2 con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, 3 cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. 4 Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5 un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6 Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,1-6.

e) Anch’io (e la mia non è presunzione!) vi scongiuro di fare unità! «Che vi comportiate in maniera degna della vocazione con cui siete stati chiamati!».

Il Concilio insegna: «I Vescovi hanno ricevuto il ministero della comunità, con l’aiuto dei sacerdoti e dei diaconi, presiedendo in luogo di Dio al gregge di cui sono pastori, quali maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto, ministri del governo. Come quindi permane l’incarico del Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori, così permane 1’incarico degli apostoli di pascere la Chiesa, da esercitarsi ininterrottamente dal sacro ordine dei Vescovi.

Perciò il sacro Concilio insegna che i Vescovi per divina istituzione sono succeduti al posto degli apostoli quali pastori della Chiesa: chi li ascolta, ascolta Cristo, chi li disprezza disprezza Cristo e Colui che ha mandato Cristo.

«Nei vescovi, quindi, assistiti dai Presbiteri, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo, Pontefice Sommo» (L.G. 20, 21).

È per questo che «i fedeli devono aderire al vescovo come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre, affinché tutte le cose siano d’accordo nell’unità e crescano per la gloria di Dio» (L.G. 27).

Ecco, dunque, le motivazioni di fede per cui insisto nell’esigere, in nome di Dio, l’unità di comunione nella nostra Chiesa.

f) Nessuno può prendere alla leggera questa pressante e grave esortazione!

Dobbiamo credere che la preghiera sacerdotale di Gesù ha significato essenziale, perennemente urgente per la vita e la missione della Chiesa, in tutti i tempi e in tutti i luoghi!

Dobbiamo credere che il fine ultimo del disegno salvifico del Padre è l’unificazione del genere umano nella partecipazione alla comunione trinitaria!

Dobbiamo credere che l’unità perfetta è la condizione fondamentale per fare della Chiesa il «soggetto» della missione di salvezza universale in Cristo!

Perciò torno a ripetere: con l’autorità del mio ministero, in nome di Dio, che ha ordinato a Mosè di scrivere: «Non ucciderai » (Es 20, 13); e del suo Cristo, che ha proclamato sul monte: «Io, però, vi dico: chiunque si adira contro il suo fratello sarà passibile di giudizio; chi, al suo fratello dice “raca” sarà passibile del sinedrio; chi gli dice “stolto” sarà passibile della Geenna del fuoco» (Mt 5, 22): in nome, dunque, di Dio e del suo Cristo, proibisco severamente ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli e disapprovo con ogni energia tutte le espressioni di divisione, di individualismo e di chiusura.

È tempo, ormai, che tacciano le scandalose polemiche pubbliche, le ignobili maldicenze, le critiche corrosive, le insinuazioni calunniose!

È tempo di mortificare e soffocare l’amor proprio, l’invidia, la gelosia, la curiosità maliziosa, l’ambizione del prestigio, la ricerca degli agi materiali, la sete del dominio e l’ingordigia del denaro!

È tempo di uscire decisamente da ogni specie di privatismo pastorale, da ogni forma di individualismo personale e di gruppo, dal proselitismo settario, dalla concorrenza sleale tra associazioni e movimenti cattolici!

Oggi più che mai la salvezza del mondo esige il vigore fresco e geniale di «un» soggetto ecclesiale, pienamente animato dalla virtù creatrice dello Spirito d’Amore. Bisogna ricostruire la nostra identità, il «Noi» della Chiesa piacentina! E ciascuno di Noi (individuo, gruppi, associazioni, movimenti, parrocchie, zone) deve sentirsi deciso a fare per il primo il sacrificio totale delle proprie chiusure, senza aspettare l’iniziativa altrui.

2. Disposizioni per l’itinerario ascetico verso l’unità di comunione

Se l’unità è così essenzialmente importante, e se l’esperienza del peccato ci dimostra ogni giorno quanto sia difficile costruirla, in che modo dobbiamo impegnarci a far crescere la comunione tra noi?

1) È necessario, anzitutto, camminare insieme in una esperienza vigorosa di conversione permanente

a) Ogni cristiano, nell’intimo della sua coscienza e in comunione fraterna con i membri della Chiesa locale dentro cui vive, deve studiarsi costantemente di interiorizzare la Parola di Dio e di tradurla fedelmente con la massima coerenza nella vita pratica.

Bisogna evangelizzarsi reciprocamente. Occorre impegnarsi insieme a superare la continua tentazione di conformarsi al mondo. È necessario aiutarsi senza posa gli uni gli altri a trasformarsi e a rinnovarsi «nella mente per saper discernere quale è la volontà di Dio: quello che è buono, che piace a Lui ed è perfetto» (Rm 12, 2).

b) A questo scopo, ogni Consiglio Pastorale, a cominciare da quello Diocesano e dalla sua Giunta, deve diventare in permanenza un luogo di conversione.

c) In pratica, dispongo che i Consigli pastorali parrocchiali consacrino una riunione, almeno una volta al mese, esclusivamente alla meditazione della Parola di Dio e alla revisione di vita, in un adeguato contesto di raccoglimento e di preghiera.

Sarà cura della Giunta del C. P. D. predisporre i necessari sussidi perché tali riunioni mensili, sotto forma di celebrazioni comunitarie della Parola di Dio, o della Penitenza, possano favorire una graduale e omogenea crescita dei membri del C.P.P. verso la maturità della fede e il senso della vera unità di comunione.

Esorto vivamente tutti i membri dei C.P.P., e in primo luogo i sacerdoti e i religiosi, a riconoscere con fervore e assidua diligenza l’importanza essenziale di questa reciproca evangelizzazione e a metterla in atto con risoluta fedeltà. Questa è l’opera più seria e più necessaria per la vita e la missione dei Consigli pastorali.

Non si facciano questioni inutili per stabilire se questi momenti di preghiera e conversione comunitaria competano ai Consigli pastorali o ad altri organismi di formazione o di apostolato! Non possiamo mai ritenerci convertiti a sufficienza! E se i Consigli pastorali sono chiamati a promuovere «la conformità della vita e dell’azione del Popolo di Dio con l’Evangelo» (E.S. 16, 1) i loro membri, per i primi, devono sentire un assoluto bisogno di trovarsi «insieme» per cercare questa conformità mediante l’assiduo ascolto della Parola di Dio e nell’esperienza profonda di un permanente processo di conversione, di revisione di vita e di incessante rinnovamento.

d) Sarà cura precipua di ogni Vicario Pastorale di zona, coadiuvato dai confratelli Presbiteri, dai religiosi e dalle religiose, offrire al proprio C.P.Z., in corrispondenza con l’Avvento e la Quaresima, almeno un ritiro spirituale» per ciascuno dei due tempi forti, finalizzandoli esclusivamente alla preghiera, alla meditazione della Parola di Dio e alla revisione di vita.

I membri dei C.P.Z. devono sentirsi moralmente impegnati a parteciparvi, con fervore di fede e generosa disponibilità, in spirito di raccoglimento e di conversione.

La Giunta del C.P.D. curerà tempestivamente la preparazione dei necessari sussidi per la loro buona riuscita.

Sento il dovere di lodare e di incoraggiare l’iniziativa di talune Comunità locali, che organizzano incontri residenziali di qualche giorno per i membri del proprio Consiglio pastorale. Come pure esorto vivamente a continuare la tradizione della tre giorni estiva del Consiglio pastorale diocesano e i raduni residenziali dei Vicari pastorali. Uniti insieme con il Vescovo nella preghiera, nella Celebrazione eucaristica, nello studio delle questioni pastorali, nello scambio delle problematiche e delle esperienze, ci si impara a conoscere, ad amare fraternamente e a sintonizzarsi nella mentalità di fede e nei metodi d’ azione.

e) Il Vicario Episcopale per la pastorale, con l’aiuto della Segreteria del C.P.D., assisterà le Zone e le parrocchie per agevolare il più possibile l’attuazione di queste disposizioni, non astenendosi dal richiamarne 1’osservanza, quando non venissero prese nella dovuta considerazione, o fossero addirittura trascurate.

2) Non abbiamo nessuna possibilità di rompere le chiusure dell’egoismo e di aprirci agli altri nella comunione ecclesiale, senza l’aiuto dello Spirito Santo. La sua grazia bisogna invocarla assiduamente, specialmente nella Celebrazione dell’Eucaristia e della Liturgia delle Ore, oltre che nella preghiera personale, fatta in forma privata e in gruppo

a) Tutta l’esistenza del cristiano deve trascorrere in atteggiamento di continua preghiera. Il fedele deve vivere ogni momento della vita come un rapporto d’amore personale con Dio Padre, rimanendo innestato in Gesù Cristo, nella carità dello Spirito Santo.

Ricordiamo la pressante raccomandazione di S. Paolo: «Vi scongiuro, o fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire il vostro corpo (cioè tutta la vostra esistenza concreta) come ostia vivente, santa, gradevole a Dio, in culto spirituale (cioè animato dall’amore dello Spirito Santo) quale si addice a voi» (Rm 12, 1).

Questa costante attitudine di filiale risposta alla divina chiamata, che il Padre gli fa risuonare dentro ogni situazione, conduce gradualmente il cristiano a giudicare gli uomini e la storia con i criteri della fede e gli insegna ad impegnarsi per gli altri con l’apertura del Cuore stesso di Gesù Cristo.

b) Dispongo, perciò, che ogni riunione di lavoro dei Consigli pastorali (parrocchiali, zonali e diocesano), delle Giunte, delle Commissioni, delle segreterie e di qualsiasi gruppo operativo, siano precedute dalla preghiera intensa e prolungata. Vi si dedichi almeno un quarto d’ora.

Preferibilmente si celebri la liturgia delle Ore, perché in essa la Chiesa «oltre alla lode di Dio riporta le aspirazioni e i desideri di tutti i cristiani, anzi interpella Cristo e, per sua mediazione, il Padre per la salvezza di tutto il mondo. Questa voce non è solo della Chiesa, ma anche di Cristo, poiché le preghiere vengono fatte a nome di Cristo, cioè “attraverso il nostro Signore Gesù Cristo” e così la Chiesa continua quelle preghiere e suppliche, che Cristo espresse nei giorni della sua vita mortale, le quali per questo godono di efficacia singolare. In tal modo, la comunità ecclesiale esercita una vera funzione materna nel portare le anime a Cristo, non solo con la carità, con l’esempio e le opere di misericordia, ma anche con l’orazione» (Istruzione sulla Liturgia delle Ore, 17).

Naturalmente bisognerà curare la necessaria spiegazione dei Salmi e delle letture bibliche; esigere un clima di raccoglimento e di fervore e provvedere anche alle modalità pratiche di una celebrazione decorosa.

c) Una particolare attenzione sia riservata alla liturgia Eucaristica e all’adorazione del SS. Sacramento. Non si deve dimenticare, infatti, che l’Eucaristia fa l’unità della Comunità ecclesiale.

Oltre a prevedere qualche speciale celebrazione della S. Messa per i Consigli pastorali in circostanze riservate a loro (per es. nei ritiri di zona, nei raduni residenziali, o in alcune delle riunioni mensili di preghiera), esorto caldamente a preparare opportunamente qualche S. Messa domenicale parrocchiale in modo da far vivere ai membri del C.P. una forte esperienza di comunione insieme alla loro Chiesa locale.

I membri stessi del C.P.P. potrebbero curare con fede e intelligenza le didascalie, la preparazione dell’omelia, i canti, la preghiera dei fedeli ecc., cosi da offrire concretamente a tutta la Comunità parrocchiale la possibilità di cogliere più chiaramente il valore essenziale della celebrazione eucaristica per la costruzione dell’unità della Chiesa.

È vero che per sé ogni Messa, come celebrazione della Pasqua del Cristo, Mistero della nostra riconciliazione con Dio e con i fratelli, dovrebbe essere un’esperienza forte di comunione. Ma non sempre, purtroppo, tutto ciò è presente in modo vivo alla coscienza dei fedeli. Occorre, quindi, aiutare la Comunità a percepire e a vivere più consapevolmente, attivamente e fruttuosamente la realtà del Mistero pasquale almeno in alcune celebrazioni speciali. In occasione delle quali, i membri del C.P.P. dovrebbero impegnarsi particolarmente a far progredire la loro Chiesa locale nella comprensione e nella partecipazione alla liturgia Eucaristica. Sostenendo queste celebrazioni in modo sempre più vivo e autentico, il C.P.P. sarebbe lui stesso aiutato a camminare verso 1’unità. L’esperienza viva della comunione eucaristica lo farebbe strumento idoneo a risvegliare nel Popolo di Dio la coscienza della sua appartenenza alla Chiesa e gli darebbe la forza indispensabile per testimoniare come ogni cristiano possa condividerne la missione di salvezza.

d) Anche l’adorazione dell’Eucaristia deve essere favorita con opportune iniziative. Occorre, anzitutto, aiutare i membri dei Consigli pastorali a capire l’importanza di aderire insieme, con tutta l’anima, alla Persona di Gesù Cristo, morto, risorto e presente tra noi nel Sacramento eucaristico per riunirei e guidarci alla casa del Padre. La preghiera dì adorazione, raccolta e prolungata, vissuta intensamente da ciascuno insieme agli altri, alternando momenti di recitazione corale con l’ascolto della Parola, il canto e il silenzio profondo che favorisce il dialogo intimo con Gesù, possiede un‘efficacia eccezionale di trasformazione e di unificazione delle persone secondo il voto supremo di Cristo (cfr. Gv 17).

e) Sia per le celebrazioni eucaristiche, come per l’adorazione del SS. Sacramento, la Giunta del C.P.D. disponga opportuni sussidi.

Ciò che importa è che tutti siamo finalmente convinti che nei Consigli Pastorali occorre pregare, e molto di più!

Non potremo incontrarci nella comunione se non coltivando insieme intensamente il rapporto personale con Cristo.

Diciamo che i Consigli pastorali sono organismi ecclesiali: è necessario, allora, che in essi si percorra il cammino di fede, di preghiera e d’amore della Chiesa apostolica. I membri di ogni Consiglio devono rivivere in un certo senso l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli del Signore, con Maria sua Madre, pregando insieme si aprivano generosamente al dono dello Spirito Santo, per essere inviati ad evangelizzare Cristo al mondo intero.

3) L’itinerario ascetico per costruire l’unità deve tradursi anche in gesti concreti di comunione all’interno degli stessi Consigli pastorali

a) È necessario che i rapporti personali tra i membri di ogni Consiglio pastorale siano sempre meglio intonati all’amore dello Spirito Santo.

Le lettere degli Apostoli, soprattutto nelle sezioni esortative e nei saluti finali, presentano spesso, con espressioni vivissime, l’autentico stile cristiano della convivenza e della condivisione.

b) Sarà opportuno che la Giunta del C.P.D. le faccia studiare e raccogliere sistematicamente da qualche esperto, per offrirle in forma di letture bibliche alla meditazione e all’esperienza di fede dei Consigli pastorali.

c) Per praticare un «nuovo» modo di stare insieme, è fondamentale credere, anzitutto, che Dio ci vuole uniti a Sé e tra noi. Dobbiamo avere sicura la convinzione che Egli possiede la potenza d’Amore capace di costruire la comunione, annullando la forza disgregatrice del peccato!

Radicati tenacemente in questa certezza di fede, senza arrenderci di fronte a nessuna smentita, dobbiamo coltivare 1’incontro reciproco, in mutuo atteggiamento di fiducia, di accoglienza cordiale, di sincera disponibilità al dialogo e alla collaborazione. Studiamoci di essere «tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili» (1 Pietro 3,8).

d) È necessario che impariamo a praticare gli uni verso gli altri, con sincera umiltà e profondo rispetto, la correzione fraterna, raccomandata dal Signore nel santo Vangelo.

Bisogna che ci educhiamo a sostenerci con l’affetto e la testimonianza della coerenza cristiana.

Occorre che siamo pronti a chiedere e a concedere il perdono.

Impariamo a vedere negli altri prima dei loro difetti, le belle doti, di cui Dio li ha arricchiti, godendone con gioia sincera.

Siamo solleciti nel rendere grazie a Dio di ogni bene ricevuto da Lui e dagli uomini. Allarghiamo il cuore all’amicizia e alla gioia della speranza cristiana. La nostra casa si apra all’ospitalità e siamo disposti a condividere con tutti i doni spirituali e materiali, che ci sono stati elargiti.

Risolviamo di non mentirci più gli uni gli altri. Il Consiglio pastorale deve essere il luogo della verità e della sincerità, e non quello dell’ipocrisia, del pettegolezzo e dell’invidia. Sobbarchiamoci generosamente al servizio dei fratelli in umiltà, mitezza, pazienza, prudenza e spirito di sacrificio, portando volentieri gli uni i pesi degli altri. Non abbiamo «verso alcuno debiti di sorta, eccetto quello dello scambievole amore» (Rm 13, 9).

I fedeli circondino di profonda venerazione i loro Presbiteri; e questi li ricambino con la generosità del loro servizio.

e) Questo modo «nuovo» di vivere insieme, questo stile caratteristico della convivenza dei figli di Dio rinati in Cristo, conosca anche le serene espressioni della socialità umana. La contemplazione delle bellezze della natura e dell’arte, le gioie della cultura, il sano divertimento, le gite, la villeggiatura, le feste, la tavola, anche queste esperienze possono aiutarci ad approfondire la conoscenza reciproca, a scoprire sintonie insospettate e ad intensificare i vincoli dell’amicizia cristiana.

Così nei Consigli pastorali nessuno si sentirà trascurato, disatteso o emarginato.

Non ci siano le ingiuste discriminazioni che S. Giacomo condanna nella sua lettera. «Facciamo un esempio: un uomo ricco viene ad una delle vostre riunioni, con anelli d’oro e abiti di lusso; e alla stessa riunione viene anche uno che è povero e vestito male. Voi vi mostrate pieni di premure per quello che è vestito bene e dite: siediti qui, al posto d’onore. Al povero, invece, dite: Tu rimani in piedi, oppure siedi in terra, qui accanto al mio sgabello. Se vi comportate così, non è forse chiaro che fate delle differenze tra voi e che ormai giudicate con criteri malvagi?» (Gc. 2,2-4).

Grazie alla «nuova» socialità, che viene vissuta nel Consiglio pastorale, ogni suo membro possa sperimentare concretamente il conforto della comprensione e della solidarietà di tutti, sentendosi incoraggiato a rispondere all’amore degli altri con la disponibilità più assoluta a costruire insieme l’unità della comunione ecclesiale.

f) Infine, se desiderate includere anche me nella vostra esperienza d’amore, se volete vivere la comunione ecclesiale con il vostro Vescovo (e come potreste rifiutarmi, se il Vescovo è segno e fondamento dell’unità della Chiesa diocesana e vicario di Cristo in mezzo a voi?), se veramente volete confortarmi fraternamente, aiutandomi a sostenere per amore di Cristo la fatica del servizio episcopale a vostro profitto, assicurate anche a me ciò che S. Paolo chiedeva ai suoi cari Filippesi: «Portate al colmo la mia gioia, mantenendovi tutti d’accordo, alimentando lo stesso amore, unanimi, concordi nel sentire» (Fl. 2, 2).

3. Alcuni impegni pratici da assolvere in unità, come tappe del cammino storico verso la nuova civiltà dell’amore

A conclusione dell’Anno Santo, Paolo VI ha annunciato 1’avvento d’una nuova civiltà portata nel mondo dalla Chiesa, riconciliata dal perdono misericordioso di Dio, unificata interiormente dall’amore dello Spirito e rinnovata nel dinamismo missionario da una più fervida comunione con Cristo. Diceva, dunque, il Papa:

«La sapienza dell’amore fraterno, la quale ha caratterizzato in virtù ed in opere, che cristiane sono giustamente qualificate, il cammino storico della S. Chiesa, esploderà con novella fecondità, con vittoriosa felicità, con rigenerante socialità. Non 1’odio, non la contesa, non l’avarizia sarà la sua dialettica, ma l’amore, l’amore generatore d’amore, l’amore dell’uomo per 1’uomo, non per alcun provvisorio ed equivoco interesse, o per alcuna amara e mal tollerata condiscendenza, ma per l’amore a Te; a Te, o Cristo scoperto nella sofferenza e nel bisogno di ogni nostro simile. La civiltà dell’amore prevarrà nell’affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell’umanità finalmente cristiana» (O.R. 27-28 dic. 1975).

Nella speranza che ci dona questo annuncio profetico, propongo a tutti i Consigli pastorali della diocesi alcuni impegni pratici, che prego di studiare e di assolvere con generosità fattiva e geniale, in unità di comunione, come tappe del cammino storico della nostra Chiesa verso la civiltà dell’amore, cioè verso quella totale promozione dell’uomo, che solo la luce del Vangelo illumina nella sua piena verità e solo la forza creatrice dello Spirito Santo consente di attuare integralmente nella comunione d amore.

1) Il primo impegno sia quello di promuovere insieme la cultura cattolica

Viviamo in un’epoca di transizione, in cui la pratica religiosa sembra troppo spesso sopravvivere nel popolo solo per forza d’inerzia. I valori basilari della tradizione cristiana, che ci ha generati, sono messi gravemente in crisi dall’offensiva marxista e radicale, soprattutto con la complicità di un sistema di vita praticamente ateo, imposto dall’opprimente materialismo pratico della civiltà dei consumi e da una degradazione morale, che non conosce più limiti.

Molti cattolici vivono come dissociati. Nell’intimo del cuore si illudono di essere credenti, mentre di fatto si regolano secondo le mode culturali e il mal costume prevalente.

a) Per ricostruire nel popolo una mentalità di fede è necessario un serio impegno di evangelizzazione permanente. L’Episcopato mondiale, guidato da1 Sommo Pontefice, insiste da anni (fin dal Concilio) sulla urgenza di questo primario servizio pastorale.

La CEI, per lo stesso scopo, ha presentato alle Chiese del nostro Paese un ottimo documento di base per «il rinnovamento della catechesi». Ad esso stanno seguendo i nuovi catechismi. Inoltre sono usciti in italiano il Messale e i riti riformati per i Sacramenti.

Per orientare praticamente le Chiese a dare il primato all’evangelizzazione, in relazione ai Sacramenti e alla promozione integrale dell’uomo, i Vescovi si sono impegnati a pubblicare altre preziose direttive pastorali.

Ultima in ordine di tempo, ma non di importanza, è venuta l’esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» di Paolo VI circa l’evangelizzazione del mondo contemporaneo (8 dic. 1975). Abbiamo, dunque, un ricchissimo patrimonio di insegnamenti dottrinali e di direttive pastorali da studiare e da tradurre in atto, per realizzare quella profonda riforma del senso della fede, a cui il Concilio richiama le Chiese.

Cento anni ieri, il 13 febbraio 1876, faceva il suo ingresso nella nostra diocesi il grande Vescovo mons. G. Battista Scalabrini.

È noto quanta intelligenza e quanta fatica Egli abbia dedicato per rigenerare nei contenuti, nei metodi e nelle strutture una pastorale catechistica, che rispondesse alla necessità di formare profondamente il popolo piacentino alla visione cristiana della vita.

Il modo più serio per ricordare la sua venuta tra noi consiste nel raccogliere la sua preziosa eredità. Per questo propongo la celebrazione di un Congresso Catechistico diocesano, che si prefigga la radicale riorganizzazione della pastorale dell’evangelizzazione nella nostra Chiesa.

Esso dovrebbe essere accuratamente preparato mediante studi, ricerche e sperimentazioni. E dovrebbe costituire la base della riforma dell’evangelizzazione nella nostra diocesi.

Al C.P.D. e particolarmente all’Ufficio catechistico affido l’incarico di cominciare gli studi e di proporre le prime ipotesi i di lavoro.

Ai Consigli pastorali zonali e parrocchiali, nel frattempo, raccomando di dedicare ogni energia per il migliore esercizio delle attività catechistiche.

Si promuovono specialmente corsi per educatori e per insegnanti, allo scopo di aiutarli ad assimilare profondamente il documento di base e i nuovi catechismi.

Per favorire una preparazione seria e omogenea degli educatori e per sostenere le parrocchie più piccole, chiedo che si costituiscano dei centri zonali di formazione, sotto la responsabilità dell’Ufficio Catechistico diocesano.

Le ostinate chiusure privatistiche di qualche parrocchia, che pretende di formare in assoluta autonomia i suoi catechisti, senza dare né ricevere aiuto, pregiudicano gravemente quell’autentica esperienza di fede e di comunione ecclesiale, che è essenziale per la loro preparazione.

Tali espressioni di autosufficienza non possono essere approvate. Mi auguro, anzi, che vengano subito decisamente abbandonate.

b) Per ricostruire l’unità sul piano culturale è necessario dedicare un’attenzione particolare agli strumenti e alle occasioni che possono aiutare il nostro popolo a ricuperare una chiara coscienza delle motivazioni della sua fede e della sua tradizione cristiana.

Bisogna ridare un senso, anzitutto, ad una serie di strutture, che, divenute forse ingombranti e gravose per il modo antiquato della loro gestione, possono assolvere ancora un’efficace funzione culturale, qualora vengano aggiornate, collegate tra loro e sostenute da un’intelligente direzione diocesana. In molte parrocchie abbiamo oratori, campi sportivi, circoli sociali e ricreativi, saloni cinematografici e teatrali, aule scolastiche, in cui potrebbero trovare la loro sede organismi di cultura, cineforum, società teatrali, sale di lettura, piccole biblioteche, doposcuola e centri ricreativi.

Le attività atletico-sportive per la gioventù, dovrebbero essere curate con molta attenzione, rinnovando le attrezzature esistenti, o preparandole appositamente, dove fosse necessario, anche con qualche sacrificio.

L’infiltrazione del P.C.I. nel mondo giovanile attraverso i doposcuola, le attività atletico-sportive e culturali si fa ogni giorno più minacciosa e invadente.

Non possiamo abbandonare la gioventù in balia della cultura del Marxismo!

Il Consiglio Pastorale Diocesano e quelli zonali e parrocchiali prendano in esame questa allarmante situazione, sensibilizzino le comunità locali, stimolandole ad assumere le opportune iniziative.

In modo particolare richiamo l’attenzione di tutti sulle vacanze estive dei ragazzi. Una amministrazione comunale rossa ha gestito, abusando dell’ospitalità gratuitamente concessa da una Congregazione religiosa, un centro ricreativo estivo per ragazzi, nel quale, all’insaputa dei genitori, si è fatta esplicita istruzione antireligiosa. Di questo doloroso fenomeno è stata raccolta una accurata documentazione, che verrà pubblicata a tempo opportuno.

c) Anche la storia del nostro popolo, le sue feste, le sue tradizioni e il suo folclore sono un prezioso patrimonio culturale da salvare, da studiare e da rivalutare.

E per questo che, dopo aver celebrato il centenario della Cattedrale e di S. Franca, ci accingiamo ora a ricordare il Beato Gregorio X e Guglielmo da Saliceto. La nostra Chiesa piacentina è Madre di santi, di scienziati e di eroi. Essi sono l’espressione più alta della fede del nostro popolo umile, laborioso e pacifico, che non è mai venuto meno nella professione dei più essenziali valori umani e cristiani.

È bene che ricordiamo tutto questo alla nostra Chiesa, perché sia degna del suo passato e continui a viverne e a trasmetterne i valori con fedele coerenza.

Vi è noto che ho costituito presso l’Archivio storico diocesano una sezione per la raccolta dei documenti sulla Resistenza. I sacerdoti, che tanto generosamente sono stati al servizio delle loro Comunità in periodi di eccezionale gravità; e i laici cattolici, che hanno compiuto eroici sacrifici per la libertà e la democrazia, facciano affluire all’Archivio diocesano, con cortese sollecitudine, tutto il materiale documentario che hanno presso di sé, o che possono raccogliere. Esso verrà vagliato scientificamente e pubblicato. Non solo per impedire ad alcuni movimenti politici di monopolizzare il merito della Resistenza per interessi di parte; ma soprattutto perché il nostro popolo, memore delle sue tradizioni, le continui a vivere con coraggio e genialità nella crisi presente.

La rivalutazione delle feste, e delle altre espressioni del folclore popolare sia fatta con intelligenza e senso critico, in modo che vengano messi in evidenza i pregi autentici della nostra gente e non rappresentino un’ennesima capitolazione sotto la schiavitù della civiltà dei consumi. Si cerchi di recuperare largo spazio per la libera espressione della religiosità, del sentimento, della poesia, del buon gusto, della genuina socialità e della geniale creatività del popolo piacentino.

Nonostante che un infelice quaderno di propaganda, recentemente stampato con i soldi di tutti dall’E.P.T., pretenda di dimostrarci il contrario, siamo convinti che l’autentica popolarità piacentina non abbia nulla in comune con la triviale volgarità di certe canzoni cosiddette «partigiane».

d) Infine, è necessario sostenere con unanime decisione i centri di produzione della cultura cristiana e potenziare gli strumenti per la sua diffusione capillare.

Anzitutto, la fiducia delle nostre Comunità verso l’Università Cattolica deve trovare espressioni più incisive di solidarietà e di collaborazione.

L’Ateneo del Sacro Cuore, nonostante gli attacchi incessanti e pesantissimi degli avversari, che vorrebbero mutargli fisionomia e funzione, rimane una bandiera della cultura cristiana, un segno di libertà e di resistenza contro ogni dittatura, non solo per i cattolici, ma per tutti coloro che non sono disposti a divenire schiavi di un regime.

In modo particolare, bisogna intensificare i rapporti tra la Chiesa piacentina e la Facoltà d’Agraria dell’U.C., che ha sede nella nostra Città.

I problemi della promozione integrale dell’uomo nel mondo agricolo, le nuove e urgenti questioni relative all’ecologia, i rapporti con i popoli emergenti, che chiedono di essere preparati a debellare lo spettro della fame e del sottosviluppo, sono alcune grosse linee di ricerca e di impegno, intorno alle quali deve attuarsi la più stretta collaborazione tra la nostra Chiesa e la Facoltà d’Agraria.

Come Vescovo di Piacenza e come presidente del Comitato episcopale della CEI per l’U.C. esorto vivamente il C.P.D. e la Facoltà d’Agraria a studiare insieme le modalità per una collaborazione seria e sistematica, che risponda alle problematiche del nostro contesto locale, e serva, insieme, ad educare la nostra Comunità e i membri della stessa Facoltà alla più ampia disponibilità di servizio per la promozione integrale dell’uomo nell’agricoltura, sia in Italia che nel mondo.

Esorto il C.P.D. a studiare con i docenti dei Seminari diocesani le modalità più convenienti per un rapporto continuo di collaborazione non solo individuale a vantaggio della crescita culturale della nostra Chiesa.

I docenti dei Seminari hanno come missione primaria lo studio e l’insegnamento per la preparazione dei candidati al Sacerdozio ministeriale. Tuttavia, se si vuole promuovere, oggi, un incremento della cultura cristiana nella nostra Comunità ecclesiale è necessario che si sviluppi una collaborazione più stretta tra gli organismi pastorali della nostra Chiesa e il corpo dei docenti dei Seminari diocesani. Non solo perché è bene che la formazione dei futuri Presbiteri destinati alla cura d’anime senta intimamente la risonanza della vita della Chiesa. Non solo perché 1’insegnamento (specialmente teologico) non corra il rischio di diventare astratto ed ideologizzato. Ma anche perché la prassi pastorale dei presbiteri, dei consigli, delle associazioni e dei gruppi senza una continua e aggiornata illuminazione culturale, specialmente teologica, mancherebbe di prospettive chiare, sicure e aperte, e si ridurrebbe facilmente alla ripetizione di attività tradizionali, compiute con una pesantezza che frenerebbe il cammino di fede del Popolo di Dio.

Anche gli strumenti per la diffusione capillare della cultura vanno largamente diffusi e potenziati. Oggi, in Italia, la Chiesa è quasi completamente priva di mezzi di comunicazione sociale. Per questo non solo non è in grado di difendersi, ma deve assistere impotente al progressivo deterioramento de11a mentalità e della coscienza del popolo cristiano.

È urgente, drammaticamente urgente impegnarsi intorno al problema degli strumenti della comunicazione sociale. Si sostengano, migliorandoli, potenziandone la diffusione e favorendone la lettura, quelli che abbiamo ancora a disposizione.

Raccomando specialmente l’abbonamento al quotidiano cattolico «Avvenire», ancora trascurato ingiustamente da troppi cristiani e persino da tanti sacerdoti e religiosi.

Invito, inoltre, a sostenere «Il Nuovo Giornale», collaborando costruttivamente a renderlo sempre più idoneo ad esprimere l’impegno cristiano delle nostre Comunità.

2) Il secondo impegno da assumere in unità per camminare insieme verso la civiltà dell’amore riguarda la promozione integrale dell’uomo

È un impegno che deve tradursi in forme diverse nei vari ambiti della vita individuale e sociale.

Facciamo un rapido cenno a quelli che consideriamo più urgenti, raccomandando a tutti i Consigli pastorali e alle Comunità locali di voler attentamente studiare le modalità concrete di intervento, dopo aver attentamente esaminato il documento CEI su “Evangelizzazione e promozione umana».

a) LA FAMIGLIA

Essa ha urgente bisogno di quell’evangelizzazione specifica della novità cristiana sul Matrimonio e la famiglia, che costituisce la base della promozione integrale dell’uomo.

Si seguano con molta cura e con intelligente penetrazione gli insegnamenti e le direttive della CEI in «Evangelizzazione e Sacramento del Matrimonio». Si esamini con molta diligenza e in spirito di collaborazione costruttiva la bozza: «Per evangeIizzare il sacramento del Matrimonio nella Comunità diocesana», preparata a cura del Consiglio Pastorale diocesano. In attesa di definire, dopo l’esame comunitario della bozza, la fisionomia di quello «specifico Organismo per la promozione della pastorale familiare, collegato con altri organismi della Chiesa locale», che i Vescovi, unanimemente, hanno deliberato di istituire nelle rispettive diocesi (cfr. E.S.M. - Deliberazioni, p. 9-60 ed. LDC) dispongo che resti in vigore la direttiva già impartita sulla funzione di responsabilità unica attribuita all’Istituto «La Casa di Piacenza» circa la guida, la promozione e il coordinamento della pastorale familiare in diocesi.

b) LA SCUOLA

È necessario che i cristiani che insegnano, o studiano, o lavorano, o fanno parte degli organi collegiali di ciascun istituto si riconoscano tra di loro e facciano unità dentro la loro scuola. Urge, inoltre, istituire uno strumento di orientamento e di coordinamento tra i vani istituti, affinché emerga «un» soggetto comunitario cristiano in ogni scuola e si possa svolgere in tutte le scuole un’azione pastorale precisa e coerente che favorisca la promozione integrale dell’uomo. Abbiamo dato incarico ad alcune persone di costituire presso l’Ufficio Catechistico diocesano, sotto la responsabilità del suo Direttore, un Segretariato per la pastorale della Scuola. Esso, con il contributo e la collaborazione del maggior numero di persone e organismi interessati, a cominciare dai Consigli pastorali, prenderà conoscenza del lavoro da compiere e studierà la possibilità di trasformarsi, secondo le direttive della CEI, in Ufficio autonomo di pastorale scolastica, assistito da una costituenda Consulta dei movimenti e delle associazioni cattoliche, che operano nella Scuola.

c) MONDO DEL LAVORO

La Comunità diocesana, e in primo luogo i Presbiteri e i Religiosi, debbono prestare un’attenzione più precisa e fattiva alla situazione dell’uomo nel mondo del lavoro. È urgente che i movimenti cristiani che se ne preoccupano ritrovino la loro unità.

La recente lettera (cfr. Avvenire, 12 febbraio ‘76) del Presidente nazionale delle ACLI, Marino Carboni, a Renato Morandina, dirigente del movimento iscrittosi al PCI, sottolineando l’impossibilità di dirsi ed essere credenti quando si aderisce al PCI, sembra esprimere da parte delle ACLI il riconoscimento della «incompatibilità fra la professione di fede cristiana e l’adesione o il sostegno a quei movimenti che si fondano sul marxismo, il quale nel nostro Paese ha la sua più piena espressione nel comunismo» (Consiglio permanente della CEI: comunicato del 13 dicembre ‘75).

Questa esplicita adesione alla dichiarazione della CEI può considerarsi l’inizio di un nuovo corso nei rapporti delle ACLI con l’Episcopato? Ce lo auguriamo di cuore! Intanto si faccia ogni sforzo per, superare antagonismi e divisioni tra i movimenti e le associazioni che raccolgono lavoratori cristiani.

Ci si impegni, soprattutto, a ricostruire negli ambienti di lavoro un modo comunitario di presenza. che esprima un soggetto ecclesiale capace di evangelizzare e di promuovere la dignità della persona umana.

d) ASSISTENZA E SANITÀ

In questo ambito, tradizionalmente riservato all’esercizio della carità cristiana, praticata specialmente dai religiosi, si profilano oggi le minacce più gravi alla libertà della persona e le strumentalizzazioni più pesanti dei bisognosi e degli infermi per le mire del potere politico.

Rende più facili queste basse speculazioni la convergenza di alcuni fattori.

Primo tra essi l’impreparazione delle comunità ecclesiali a comprendere le nuove problematiche assistenziali e sanitarie. La necessità di una revisione radicale della stessa concezione della questione assistenziale e sanitaria diventa oggi particolarmente urgente.

Anche la DC non dimostra di avere in materia un progetto politico serio, coerente e completo.

Nelle nostre comunità vi è una diffusa insensibilità per le molteplici forme di indigenza e malattia. Anche tra noi chi sta bene cerca di stare meglio, e le difficoltà dei più deboli gli sembrano addirittura inesistenti, sinceramente desiderosi di impegnarsi per la promozione umana dei bisognosi, acriticamente accettano concezioni e propugnano soluzioni ben lontane dalla visione cristiana in questi problemi.

Lo testimonia, per esempio, il modo con cui le ACLI aderiscono alle prospettive dei socialcomunisti circa la sorte degli Istituti di pubblica assistenza e beneficenza (Opere Pie). Hanno sottoscritto e portano avanti per iniziativa popolare un progetto di legge, che le sopprime tutte, e ne trasferisce i beni agli Enti locali. La pubblicizzazione assoluta dell’assistenza e della sanità comporta costi elevatissimi, apre le istituzioni alla lotta politica, toglie praticamente qualsiasi libertà di sperimentazione, pregiudica le possibilità di scelta degli utenti, spegne in radice la collaborazione del volontariato e scoraggia i lasciti del patrimonio privato.

Esortiamo vivamente la Caritas Diocesana ad approfondire questi problemi per informarne adeguatamente la nostra comunità ecclesiale.

Soprattutto raccomandiamo ai cattolici, che operano nelle istituzioni assistenziali e sanitarie, di ricercare il riconoscimento reciproco e di fare unità nel luogo dove sono impegnati.

Invitiamo i Presbiteri e i Religiosi, i Consigli pastorali, i gruppi di volontariato e le associazioni caritative a chiedere la collaborazione della Caritas Diocesana, allo scopo di promuovere nelle comunità locali una sensibilità più profonda e aggiornata circa i problemi assistenziali e sanitari.

Dobbiamo rallegrarci che gli enti pubblici siano divenuti più disponibili a rispondere alle esigenze e ai bisogni delle persone più deboli. Ma non possiamo delegare alla società civile quella diaconia di carità, che la nostra professione cristiana ci obbliga ad esercitare, soprattutto verso gli indigenti e i sofferenti.

Senza l’animazione dell’amore che viene dallo Spirito Santo, le più moderne strutture e le tecniche più perfezionate non saprebbero salvare i poveri e i malati dalla solitudine e dall’emarginazione.

e) TERZO MONDO

Anche nella partecipazione alla missione di carità che la Chiesa svolge per i poveri del terzo mondo dobbiamo ricostruire una più forte unità. In primo luogo è necessario ricuperare una consonanza più precisa intorno al vero senso cristiano della missione. Troppo spesso il nostro popolo si fa della missione e del terzo mondo una concezione superficiale e falsamente emotiva.

Nonostante la Chiesa attraverso il Concilio, i Sinodi dei Vescovi e il Magistero di Paolo VI, abbia ripetutamente messo a fuoco il senso teologico dell’evangelizzazione, la questione delle missioni è comunemente ridotta a un problema di raccolta di denaro e di aiuti materiali. La gente offre la sua elemosina e si libera di ogni altra responsabilità.

Tutto ciò è molto deformante, perché approfondisce il distacco tra ricchi e poveri e aliena i cristiani dalla consapevolezza dei doveri fondamentali della testimonianza, dell’apostolato e della giustizia.

In secondo luogo, dobbiamo fare più stretta unità con i nostri missionari del Brasile e dell’Africa. La loro esperienza, che ci verrà presentata nella prossima Quaresima missionaria in un loro importante documento, ci è necessaria per rivedere la nostra mentalità e ritrovare la giusta sintonia con la Chiesa di Dio, che annuncia al mondo il Vangelo della salvezza e della liberazione integrale dell’uomo.

Meditando insieme le lettere dei nostri missionari in un sincero sforzo di comunione, favoriamo nelle parrocchie la maturazione di gruppi cristiani, specialmente giovanili, i cui membri si votino, anche personalmente, all‘evangelizzazione del terzo mondo.

f) EMIGRAZIONE

Ho l’impressione che, nonostante la straordinaria testimonianza che mons. Scalabrini ci ha dato, la nostra Comunità ecclesiale non coltivi, come dovrebbe i vincoli di fraternità che la uniscono agli emigrati dalla nostra terra.

Alcuni parroci si sono recati all’estero, con il mio incoraggiamento, per visitarvi i loro parrocchiani. Io stesso ho avuto ripetuti incontri con gruppi di nostri diocesani trasferiti negli Stati Uniti e in Inghilterra.

Nel prossimo aprile, invitato dagli emigrati dell’Alta Vai d’Arda, specialmente dagli amici di Morfasso e di Monastero Val Tolla, mi recherò a Londra e nel Galles per concludere con loro le feste centenarie di S. Franca, che essi venerano con speciale devozione.

L’anno venturo, con l’aiuto del Signore, spero di ritornare in America e di passare in Canada per incontrare altri gruppi di emigrati diocesani. Vorrei che i loro problemi interessassero maggiormente l’intera Comunità diocesana e che i Parroci e i Consigli Pastorali studiassero le modalità più opportune per stabilire con loro contatti assidui e regolari, all’estero e quando tornano nei nostri paesi a trascorrere le vacanze estive.

Da qualche anno, a Monastero, alla fine di luglio si celebra con comune soddisfazione la festa degli Inglesi. Anche a Bedonia, per la Madonna di S. Marco, ritornano numerosi Americani. Perché non favorire più decisamente, in tutte le nostre vallate, il ritorno e i contatti? Perché non programmare, a tempo opportuno, delle occasioni di incontro, che servano a stringere vincoli più forti tra parenti e amici e a rinnovare, o a ristabilire i rapporti filiali con Dio? Queste sono iniziative onerose, che richiedono molto impegno, un assiduo scambio di corrispondenza, visite periodiche del parroco agli emigrati e rapporti frequenti con i missionari degli italiani all’estero.

Ma in compenso danno buoni frutti pastorali. Molto spesso l’emigrato, che, oberato dal lavoro e assorbito da mille preoccupazioni, si sente emarginato e incompreso, ritorna, al richiamo delle tradizioni della sua terra e dell’affetto dei suoi cari ai valori della fede dell’età giovanile. Senza dire, poi, che le nostre parrocchie, in questo scambio di fraternità cristiana, si rinnoverebbero profondamente.

3) Il terzo impegno è fare unità contro l’aborto

Una battaglia impegnativa e qualificante chiama oggi i cattolici a fare unità: quella contro l’aborto.

L’intolleranza fisica e culturale di alcuni movimenti e partiti, che combattono nei modi più violenti i valori della fede e della concezione civile della vita, chiama i cattolici ad una testimonianza unanime e coraggiosa a difesa della vita.

Senza insulti e senza intimidazioni, ma anche senza incertezze e senza paure, tutti i cattolici, ma specialmente quelli che rivestono funzioni d’autorità e di rappresentanza politica, se non vogliono tradire la fiducia della Comunità cristiana, devono uscire allo scoperto, pronunciandosi apertamente e chiaramente contro l’aborto.

a) L’assolutezza della legge di Dio non consente equivoci. Sta scritto: «Non ucciderai» (Dt 5,17; Es 20, 13). Duemila cinquecento Vescovi, riuniti nel Concilio Vaticano Il sotto la presidenza del Papa Paolo VI, hanno ribadito con forza, all’unanimità, il perenne insegnamento della fede cristiana: «Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggerla, missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura: e 1’aborto e l’infanticidio sono abominevoli delitti» (G.S. 51).

b) Di fronte al diffondersi della piaga sociale dell’aborto, praticato spesso anche da battezzati che continuano a ritenersi cristiani, nasce un inquietante domanda. Perché molti cattolici, che non esitano a riconoscere in linea di principio l’assolutezza intangibile del comandamento divino: «non ucciderai!», non trovano poi la forza di rispettarlo quando sono di fronte a una gravidanza indesiderata, che li mette in crisi personalmente?

Al di là dei fattori emotivi che caratterizzano queste situazioni particolari, bisogna amaramente riconoscere che il senso cristiano della vita sta corrompendosi nell’animo dei fedeli.

Pertanto, la prima difesa contro l’aborto va costruita nella coscienza dei cattolici. Essi devono, anzitutto fare unità a livello di mentalità e di costume. L’impegno contro l’aborto, quindi, va espresso, in primo luogo, mediante il ricupero dell’adesione ferma e unanime dei cattolici intorno alle verità della fede e alle norme della morale cristiana, che riguardano l’interruzione volontaria e direttamente perseguita del processo generativo di una vita umana.

c) In fondo, il problema dell’aborto si identifica con il problema dell’uomo.

Si è pro o contro l’aborto secondo la concezione dell’uomo che si professa.

Se si pensa allo straordinario potere esercitato dai mezzi di comunicazione sociale nella manipolazione artificiosa del consenso delle masse, appare evidente l’urgenza di un impegno concorde e deciso di tutte le comunità ecclesiali e di ogni cattolico nell’illuminare e nel responsabilizzare la coscienza popolare.

E siccome non possiamo contare sui grandi mezzi di formazione dell’opinione pubblica, 1’unica via per annunciare e spiegare alla gente i valori in discussione, resta il rapporto diretto con le persone.

Fatica improba! Ma tipicamente missionaria e perciò familiare alla Chiesa e capace di profonda penetrazione nella coscienza popolare, se i credenti sono convinti e chiaramente consapevoli di ciò che insegnano e decisamente uniti nell’impegno di persuaderne gli altri.

d) Si faccia, dunque, tutto il possibile, con ogni mezzo a disposizione, per illuminare gli animi e contestare le speciose argomentazioni degli avversari.

Nelle parrocchie e nelle zone, specialmente nelle Città e nei maggiori Centri della Diocesi, si esprima con la massima energia un’azione capillare e penetrante di mobilitazione della coscienza degli onesti contro 1’aborto.

Si insista nello spiegare che esso non solo va contro la morale cristiana, ma pregiudica gravemente il bene comune della società civile. Infatti, se viene legittimato l’aborto, nessuna garanzia lo Stato può offrire per assicurare il diritto alla vita delle persone più deboli e socialmente più indesiderate.

e) La difesa della vita non si faccia solo in termini di contestazione contro l’immoralità e il crimine dell’aborto. Ma si esprima, soprattutto, come impegno costruttivo, sia mediante 1’azione educativa, che quella di promozione della persona umana.

Per quanto riguarda, in particolare, la formazione della gioventù, si consacri speciale attenzione al recente documento della Sacra Congregazione per la dottrina della fede su alcuni problemi di etica sessuale.

È superfluo dire che il Vescovo esprime intorno ad esso il suo pieno consenso e che lo raccomanda con insistenza allo studio dei sacerdoti, delle famiglie e degli educatori come un validissimo strumento per la costruzione di una salda unità nella mentalità e nel costume di tutti i cristiani e soprattutto dei giovani.

All’azione educativa e alla testimonianza coerente di autentica vita evangelica, le nostre comunità, con gli strumenti più idonei allo scopo, esprimano anche una decisa sollecitazione dei pubblici poteri, affinché le persone più esposte al rischio di commettere gli abominevoli delitti dell’aborto e dell’infanticidio trovino adeguate provvidenze, sia sul piano dell’assistenza sociale e sanitaria, che su quello economico ed educativo.

Conclusione

Chiudo presentando due raccomandazioni prese dalla Liturgia delle Ore di oggi, sabato della V settimana del tempo ordinario.

1) Questa è l’ora di agire!

«7 Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. 8 Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. 9 E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. 10 Poiché dunque ne abbiamo l'occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede» (Gal 6,7-10).

2) Il principio, il metodo e lo scopo del nostro agire sia l’amore divino (la carità)

«La carità è l’unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. È il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui deve tendere. Agendo con riguardo ad essa o ispirati da essa, nulla è disdicevole e tutto è buono.

Si degni di concederla questa carità Colui al quale senza di essa non possiamo fare assolutamente nulla. Egli vive e regna, Dio, per i secoli senza fine. Amen».

(Dai discorsi del beato Isacco abate del Monastero della Stella).

† Mons. Enrico Manfredini,
Vescovo di Piacenza


Scudetto della Congregazione T.S.B.

 

 
   

 home page - index

top               «      »